CORREVA L’ANNO 2006: LA SCOMPARSA DELLA POETESSA BIAGIA MARNITI

Era il 6 marzo 2006 quando, in quel di Roma, si spense la poetessa, giornalista e bibliotecaria di origini ruvesi Biagia Marniti.

La nostra città vanta nomi di donne illustri, tra cui appunto quello di Biagia Marniti, che hanno saputo distinguersi per il proprio coraggio, per le proprie doti professionali, oltre che per quel forte senso di attaccamento alla terra che ha dato loro i natali.

Biagia Masulli sostituirà in seguito il proprio nome con lo pseudonimo di Biagia Marniti: “Come molti sanno Marniti, anche se non appartiene all’onomastica locale, è il mio pseudonimo scelto consapevolmente. Volli abbinare nell’inventarlo qualche elemento del mio cognome Masulli, con un richiamo alla terra d’origine. Così conservai la sillaba iniziale Ma, pensando alla Puglia, in alcune zone arida, spesso argillosa e calcarea, l’immagine della marna mi portò a Marniti, la cui liquida vibrante ben si accompagna alla labiale e alla palatale di Biagia, nome di battesimo che mi piacque conservare perché insolito in una donna”.

Biagia nasce a Ruvo di Puglia il 15 marzo 1921 e vive, sino alla sua adolescenza, nella casa materna in Vico Loriano n.25 che, più tardi, definirà “Un cortile più che una strada”. Dalla sua poesia ermetica ed essenziale emerge chiaramente il ricordo legato a quel felice periodo allorquando, dalla finestra della propria abitazione, poteva udire il nitrito dei cavalli che ogni mattino uscivano dalla stalla sita in fondo alla strada o la voce del fruttivendolo che invitava i passanti a comprare i propri prodotti lungo la via principale.

Fermi anche i ricordi legati ai personaggi che abitavano nel nostro paese in quegli anni. La loro semplicità, le loro abitudini, come quella di ritrovarsi alla sera nella accogliente bottega dei nonni materni piuttosto che in Piazza Castello, sono rimaste immutate nella memoria della poetessa ruvese. Indimenticabili come i colori e i profumi della nostra terra che Biagia poteva ammirare dalla terrazza della sua casa “ricca di vasi e tanta edera, e a maggio si copriva di roselline” o come i festeggiamenti legati Santo Patrono. Il 3 febbraio di ogni anno, come rammentava la poetessa, nel soggiorno della propria abitazione i suoi genitori allestivano un altare in onore di San Biagio e preparavano i classici tarallini “frisidd” o i “frisellini” offerti agli ospiti così come anche ai vicini e ai contadini.

Biagia, però, già da ragazzina sentì l’esigenza di opporsi alla radicata mentalità di quel tempo, specie al sud, che collocava la donna all’interno del nido familiare sempre impegnata nelle faccende domestiche. Lasciò, così, Ruvo di Puglia per trasferirsi in quel di Bari, città che raggiungeva con quel “lento trenino Bari-Ruvo” con tanto coraggio, curiosità, determinazione ma anche timore per il futuro, perché ogni volta mi sembrava di andare incontro a chissà quali avventure. Nel 1938, poi, dal capoluogo pugliese si trasferì nella capitale, lì dove il padre le fece frequentare i corsi della Facoltà di Lettere che ancora non esisteva a Bari. In quel di Roma fu allieva di Giuseppe Ungaretti, che nel1957 scriverà la prefazione di una delle sue raccolte, “Più forte è la vita”, ed ebbe modo non solo di frequentare i più importanti ambienti culturali ma anche di far emergere le sue doti poetiche.

Oltre a pubblicare diverse raccolte, lavorò anche come giornalista e collaborò con la Rai. Ricoprì l’incarico di bibliotecaria prima a Sassari nel 1952 e, successivamente, alla Biblioteca Angelica di Roma, dove entrò a far parte dell’Accademia dell’Arcadia.

Alla stessa, lo scorso 20 maggio è stato dedicato il plesso della scuola primaria del II circolo didattico “San Giovanni Bosco” sito in via dell’Aquila. La prima volta nel nostro paese che un istituto scolastico è stato dedicato ad una donna.

Di seguito alcuni componimenti della poetessa ruvese:

Grappolo di uva splendente

“Mio paese,

grappolo di uva che splendi sul mare

quale futuro il millennio ci prepara?

Grappolo teso che intorno smuovi

profumi umori soccorsi grida,

ascolta la voce di chi ama la vita.

Sull’orizzonte corrono nubi

e invano invochiamo giorni

a nostra misura.

Mio paese,

grappolo di uva splendente

con la tua incoscienza

pensi forse di navigare,

senza scaronzare,

fra l’insano potere del mondo?”

 

Il silenzio dell’ulivo

“La tua voce era il silenzio dell’ulivo

che cresce nella terra avara ma feconda.

Paziente eri come l’ulivo.

Seguivi il secolo

con alacrità di anni giovanili,

a te quasi centenario nulla sfuggiva:

l’ironia scivolava senza malizia

e il sorriso

accompagnava i miei giorni.

Ora le astate foglie

gemono al vento

e nel lungo mormorio

ascolto, padre, il tuo silenzio.

ascolto, padre, il tuo silenzio.”

 

 

 

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