L’EDITORIALE DI “LUCE E VITA”: “NASCERANNO DA NOI UOMINI MIGLIORI?”

L’editoriale di “Luce e Vita” è firmato da Angela Paparella. 

Molfetta, una banda di giovinastri minorenni si diverte a tormentare un barbone che dorme alla stazione. Ostacolati da un uomo che ne prende le difese, picchiano quest’ultimo selvaggiamente. Giovinazzo: non trovando denaro nelle casse di un distributore di benzina, i malviventi picchiano brutalmente il benzinaio. Terlizzi: maxi rissa tra migranti in pieno centro, una agente di polizia locale presa a calci e sberle per aver provato a sedarla. Roma: una sedicenne drogata e brutalmente violentata, muore. Piacenza: la nuova moda tra i giovanissimi impone di organizzare risse sui social e partecipare all’appuntamento attivamente, costi quel che costi. Probabilmente c’è dietro una rete di scommesse clandestine.
La violenza è diventata una costante che punteggia le nostre giornate. La ritroviamo negli episodi di cronaca locale e nazionale sempre più allarmanti che feriscono le nostre città, rimbalzano da giornali locali, social, tv nazionali, senza soluzione di continuità. Ogni volta, l’asticella del tollerabile si abbassa sempre di più, continuamente ricalibrando la nostra mente e il nostro stomaco a sopportare l’impossibile, a non stupirci più davanti a niente, ad essere sempre più storditi ed anestetizzati, anzi ad indugiare nel particolare turpe e malsano, come anni di giornalismo becero e pulp ci hanno insegnato a fare. Qualche considerazione:
L’arroganza, la spacconeria, l’aggressività sono divenuti tratti distintivi dei nostri rapporti sociali. Questo succede tra adolescenti, che si organizzano in bande e terrorizzano la gente sui treni, nei sottopassi, nelle scuole, aggredendo i più deboli ed indifesi, forti della logica del branco. Ma lo stesso linguaggio lo ascoltiamo tra gente in doppiopetto, nei salotti tv, nel confronto politico, persino nelle dichiarazioni ufficiali, sempre più omologate ai commenti da baretto di periferia, del nostro ministro degli Interni, che, tanto per fare un esempio, chiama “bestie, vermi, infami” le persone che hanno ucciso nello stabile abbandonato, la sedicenne. Ora, senz’altro queste persone vanno esemplarmente condannate. Però chi ha un ruolo istituzionale e perciò stesso di responsabilità anche educativa, almeno per pudore rispetto all’amplificazione mediatica che ricevono le sue parole, dovrebbe fare dichiarazioni più equilibrate, meno cariche di rabbia, di livore. Ecco, la violenza verbale, condita con il giudizio gratuito e pesante, contraddistingue un dialogo che non si fonda più sul presupposto del rispetto e del buonsenso, inducendo a evidenziare il positivo di chi ci sta di fronte. Al contrario, il presupposto è l’affermazione del proprio potere, la dimostrazione della propria forza, scambiata per cifra del valore della persona.
Un altro dato allarmante che genera violenza è la diseducazione alla complessità. In un mondo sempre più “semplificato” regnano le contrapposizioni: è tutto nero o bianco, amico o nemico, vero o falso, giusto o sbagliato, dentro o fuori. Si smarrisce il dato della complessità, antagonista della faciloneria. Non ci si esercita più a capire, a cercare le ragioni, indagare le cause, prevedere le conseguenze. Si glissa sulle storie delle persone e delle situazioni, non si conosce più la Storia. La complessità diventa complicazione, non chiave di lettura, e come tale è fastidiosa, va rimossa.
L’ignoranza, il qualunquismo, l’opinionismo esercitato sull’onda del sentito dire, provocano e alimentano violenza. Inoltre le differenze economiche e sociali ed il relativo disagio, stanno aumentando esponenzialmente, vertiginosamente. Con queste, il malessere di tanti disperati, emarginati, senza prospettive e speranze, che trovano nella violenza l’unica forma di affermazione e riscatto o forse solo di protesta, l’unico linguaggio conosciuto.
Il perduto senso delle regole origina paurose contraddizioni: da un lato degenera nell’indifferenza del vivi e lascia vivere, della libertà assoluta, dall’altro esige le ronde, per proteggersi, difendersi da soli, ristabilire con le maniere forti la sicurezza.
Manca una comunità educante, in grado di produrre anticorpi di civiltà. In questo scenario quello che maggiormente balza all’occhio è il fallimento delle agenzie educative, che mostrano i segni di una crisi profonda, che non può essere arginata col contentino di un supporto legislativo per la famiglia, qualche bel progetto sulla cittadinanza nella scuola, qualche oceanico raduno di folle per la Chiesa, ma richiede una rivisitazione di sistemi, alleanze, linee programmatiche e prassi. Occorre ridisegnare percorsi comuni, ristabilire impostazioni condivise e prima di tutto capire che tipo di uomo vogliamo nasca da noi.
A questo proposito ci sarebbe da dire e da ragionare su tanto: per esempio nella Chiesa dovremmo interrogarci sul perché per anni si sono guardate con sufficienza, senza promuoverle più di tanto, le proposte delle associazioni che prevedevano la formazione e l’educazione delle coscienze, preferendo forme di aggregazione più occasionali, meno impegnative, puntando sui numeri e sugli eventi emotivamente forti e non aiutando a crescere le persone pian piano, con fatica e continuità, nell’ordinarietà della vita.
Certo, probabilmente siamo a uno snodo epocale che richiede un urgente cambio di mentalità, a cominciare dal reimparare la responsabilità dell’essere, tutti, soggetti educanti. Imparare cioè che da ogni nostra parola, dichiarazione, azione, gesto, atteggiamento, sia pure da un breve post sui social, scaturisce sempre un messaggio educativo. Vale a dire che educhiamo sempre, costantemente, nel bene e nel male, sia che facciamo qualcosa, ma anche quando non facciamo niente. Se solo prendessimo consapevolezza di questo, della eco in termini educativi del nostro essere al mondo, pondereremmo molto meglio e molto di più le nostre esternazioni, come i nostri silenzi e le nostre omissioni.
E c‘è di più. Non basta solo la consapevolezza di cui sopra. Ognuno di noi, da singolo individuo, deve maturare nella sua vita da adulto un “imperativo educativo” etico, ovvero sentire il dovere di fare educazione. Il dovere di pensare e agire e scegliere non solo in funzione di se stesso, ma con uno sguardo di cura a chi viene dopo e guarda, a sua volta. Non occorre essere genitori o insegnanti per sentirsi investiti di questo impegno. Ognuno, nello svolgimento del suo lavoro, nella esplicitazione del suo ruolo sociale, nell’esercizio della cittadinanza, nel percorso della sua vita, deve sentirsi personalmente coinvolto nell’atto di educare. Un imperativo educativo direttamente proporzionale all’età. Un impegno prioritario, urgente, perenne, per salvaguardare l’umano, perché si avveri la speranza di Nazim Hikmet, il poeta: Nasceranno da noi uomini migliori.

 

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