“Homo pro hominibus” di Max Di Gioia in dono a Papa Francesco

«Pensavo/Scolpivo/pensavo e amavo./Scaglie di marmo/Come picchi di liberazione/essenza di uomini/umile essenza./Figlio della mia stessa arte/che mi avvicina a te/Homo pro hominibus».

Questo pensiero di Max Di Gioia e un video sul processo creativo hanno accompagnato la scultura “Homo pro hominibus – L’uomo per l’uomo” realizzata dall’artista ruvese e donata a Papa Francesco in occasione dell’Udienza concessa ieri alla Diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi.

La scultura ritrae Papa Francesco sorridente («Oserei dire che ritratti scultorei di papi in tale sembiante siano più unici che rari» tiene a precisare Di Gioia) e Dio.

Di Gioia è orgoglioso dell’opera realizzata soprattutto perché gli è stata commissionata da un suo amico, Antonio Stasi, il quale gli ha trasmesso il proprio fervore di credente.

«Ero ritornato dalla Toscana, dove ad agosto avevo incontrato Dobrilla, con un bel blocco di Marmo di Carrara. – racconta Di Gioia – Volevo realizzare qualcosa di meraviglioso ma dovevo trovare l’ispirazione. Un giorno incontro Stasi per un caffè: parliamo di diverse cose quando il discorso cade sulla fede. Un colloquio intenso che fa germinare l’idea di dedicare alla vera Chiesa, quella vicino agli uomini, un’opera. E quest’opera doveva nascere dal mio Marmo di Carrara».

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L’opera (50x40x60) è stata recensita dal prof. Alberto D’Atanasio di “Casa Modigliani” a Spoleto.

«Max Di Gioia è ciò che crea e la sua scintilla creatrice si nasconde nelle sue opere. È questo quel che ho percepito quando l’ho conosciuto, prima attraverso le sue opere, poi quando ho potuto capire chi era effettivamente l’uomo che aveva dipinto ciò che mi aveva emozionato. La pittura e la scultura, il fare arte è stupore per quest’artista, è evidenza dell’universo interiore, vera epifania dell’anima. Ogni opera che lui crea è testimonianza che l’arte è autentica presenza dell’Infinito che nell’artista trova definizione. Per questo credo ogni artista sia un asceta che sa unire trascendenza e immanenza in quanto dà forma e immagine all’immaginario, a tutto ciò che è emozione e che pertanto immagine non può averne. È così che credo sia giusto spiegare in sintesi il fare arte di Max Di Gioia, è così che si può leggere la scultura dedicata a Papa Francesco.

La scultura mostra chiaramente il viso di Papa Francesco riconoscibile subito nei suoi lineamenti, lo sguardo vivido e sereno, l’espressione degli occhi, il sorriso carismatico e coinvolgente. Sembra che la materia abbia rivelato ciò che custodiva e che solo un artista degno poteva rivelare. Michelangelo Buonarroti, pittore, architetto, poeta e scultore, intuì come la scultura, più di qualsiasi altra forma artistica, avesse la capacità di restituire, a chi guardava l’opera, le emozioni tramite la materia, senza che la forza poetica subisse trasformazioni. Michelangelo considerava la scultura come l’arte del togliere; lo scultore – diceva – ha il solo compito di svelare tutto ciò che nella materia, il marmo, già di per sé vi è contenuto. È questa la chiave di lettura per comprendere quest’opera; la materia, l’immanente marmo rivela e svela il mistero a chi dall’opera si fa guardare. Sì perché è necessario che ci sia un dialogo muto fatto di sguardi, perché siano le ragioni del cuore a spiegare ciò che il linguaggio verbale non saprebbe spiegare.

A fianco del volto scolpito del Papa c’è il viso di un vegliardo che non ha la stessa definizione di Bergoglio: ha la barba, i capelli fluenti, lo sguardo attento e riflessivo, le labbra socchiuse come se stesse a suggerire qualcosa che è detto sommessamente. Sotto al suo mento tre rose. È Dio che affianca colui che fa da ponte tra lui, somma trascendenza, e gli uomini da lui creati. È il Creatore che mette il suo viso accanto all’uomo, che sarà la sua voce e la sua presenza per l’uomo. È quel Dio Padre che si rivela ai figli perché dei figli un padre ha bisogno. Ecco svelato il mistero di quel volto antico, evanescente, eppur presente, lì, nella materia, che rivela l’uomo-Papa che è specchio di Dio per luomo. Mirabile è la maestria con cui Di Gioia ha definito i particolari, come ha lisciato la materia in certe parti e come risulta, invece, grezza e naturale in altre. Bellissime sono le tre rose che per gli antichi simboleggiavano l’infinito, e quella primavera che è rinascita e nuovo inizio. Tre rose, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Nella rosa, Max Di Gioia ha voluto dare figurazione all’essenza di Dio. La rosa, fiore antico e mistico che divenne, poi, per i Cristiani, simbolo di Colei che, col suo sì, diede a Dio carne e materia. Max Di Gioia è ciò che crea e la sua scintilla creatrice si nasconde nelle sue opere, in “homo pro hominibus più che in altre, la sua scintilla risente di quella antica, splendida e unica del Creatore».

(Foto © Max Di Gioia)

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