Genitori, figli e Internet: il decalogo della perfetta gestione

“Educazione e genitorialità nel nuovo mondo digitale” è  il titolo del quinto appuntamento de  “La bottega dei genitori”, il percorso di formazione organizzato dall’associazione Granello di senape onlus col patrocinio della Città Metropolitana di Bari, del Comune di Ruvo di Puglia, del Movimento per la Vita, della Caritas Cittadina, del Crisi e della Cooperativa Rama. Quest’ultima è impegnata in attività didattico-ricreative per bambini attraverso “Bottegaland”, in concomitanza con ogni incontro dedicato all’essere genitori oggi.

L’incontro si è svolto nella Sala Conferenze della Casa della Cultura, ieri sera. L’uditorio era composto da genitori, qualche educatore, sacerdoti, psicoterapeuti. Tutti interessati ad apprendere come gestire e controllare il rapporto tra ragazzini e il grande mare magnum di Internet.

Relatore è stato lo psicologo e psicoterapeuta molfettese Michele Ciccolella, molto vicino agli ambienti ecclesiastici, cittadino del mondo – il che gli consente di possedere apertura mentale – e tradizionalista quanto basta nel riconoscere il grande potere educativo di uno scappellotto («non è mai morto nessuno» ha dichiarato) sui figli quando la grande forza attrattiva verso giochi, video, app sui smartphone, tablet e Pc non cede dinanzi al dialogo costruttivo (prioritario!) e rischi di soffocare le buone maniere alla base della convivenza civile.

Ciccolella non è contro Internet e la tecnologia in generale, anzi: sono state azzerate le barriere spazio-temporali all’accesso di informazioni, alla costruzione di una rete di contatti necessari in ambito lavorativo; è stata facilitata la vita in molti settori. Quello che bisogna combattere è la dipendenza da Internet e dai device, ossia l’Internet Addiction Disorder indicato dal DMS4, manuale delle patologie psichiatriche, come la patologia da uso compulsivo di Internet.

L’uso smodato e acritico di Internet, soprattutto, da parte di bambini e adolescenti rischia di creare un esercito di Hikikomori (termine giapponese che significa “stare in disparte”). Hikikomori è chi vive in clausura, al buio con la sola luce del monitor, non ha contatti con il mondo se non con la propria famiglia, vive solo su Internet e attraverso Internet. In Italia, purtroppo, si sta diffondendo questo fenomeno. Non solo. L’uso compulsivo di Internet determina disturbi del sonno e dell’apprendimento, secondo Ciccolella e chi scrive aggiunge anche analfabetismo funzionale, visto che il pensiero critico non è stimolato e non si riesce a distinguere una informazione seria da una fake new (una sbirciatina alla lettera di Umberto Eco indirizzata al nipote sarebbe utile).

In realtà da IAD sono colpiti anche gli adulti che postano selfie su quello che mangiano («Ma chi se ne frega» scherza Ciccolella il quale non dovrebbe includere i food writers e giornalisti enogastronomici o addetti ai lavori); sui posti che visitano («A un mio amico hanno svaligiato la casa: aveva postato la foto della località in cui si trovava»); chattano e giocano, diventando cyber-relations addicted e ludopati. E si sa che i bambini guardano gli adulti, quindi è necessario il buon esempio.

Ma la cosa peggiore, aggiunge Ciccolella, è quando postano le foto dei propri figli: i pedofili sono disposti a pagare fior di quattrini pur di possedere le foto di neonati. Quindi, mai postare le foto dei propri bambini, perché la rete pullula di malintenzionati. D’altronde sono gli stessi suggerimenti dati dalla Polizia Postale.

Al contempo bisogna gestire e controllare il rapporto tra tecnologia e bambini e per questo ha stilato un decalogo: 1) attivare la biblioteca di casa: si tratta di indicazioni operative su come filtrare i contenuti sui device; 2) attivare il parental control su ogni device; 3) attivare i filtri: è utile andare sul sito www.ilfiltro.it; 4) connettersi coi propri figli: chiedere l’amicizia per controllare quando sono attivi sui social; 5) mai lasciarli troppo tempo su Internet: coinvolgerli in attività educative; 6) imparare a memoria le loro password; 7) non postare foto di minori e impedite loro di farlo; 8) quando i bimbi sono su Internet stare sempre nei paraggi: «Dovete essere in grado di conoscere le pagine che visitano. Pensate che io ho lottato strenuamente coi miei figli che volevano la televisione in cameretta. Non era ammissibile questo!»; 9) controllare la cronologia; 10) evitare che forniscano dati sensibili attraverso questionari sui propri gusti, spesso dietro la promessa di un biglietto gratis al concerto del proprio beniamino.

Ma il più grande imperativo è quello di instaurare una vera comunicazione, ritagliarsi del tempo di qualità per vivere pienamente coi propri figli.

Dal pubblico giungono alcune domande. «Qual è l’età giusta per avere uno smartphone? Mio figlio deve fare la prima Comunione e i suoi amichetti riceveranno lo smartphone: cosa devo fare per evitare i rischi di una dipendenza da Internet e, allo stesso tempo, che sia “emarginato”?». «Non c’è un’età giusta. Basta porre delle regole. Ripeto la tecnologia in sé non è dannosa» risponde Ciccolella.

«La ministra Fedeli ammette l’uso del cellulare in classe. Cosa ne pensa?» «Non commento. Quello che ammetto è la sperimentazione didattica con i device, come avviene con successo in un Istituto professionale pugliese».

«In pizzeria, per evitare che i bimbi disturbino, si dà loro lo smartphone. E’ corretto?» «No. Magari si rinuncia a una serata in più in pizzeria, ma si evita di dare loro la possibilità di stare connessi su Internet a scapito di un contatto più umano».

Giovedì 22 febbraio, sempre alla stessa ora e nella Sala Studio del Palazzo della Cultura, i genitori faranno un laboratorio sul tema.

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