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ANTONIO LORUSSO, RUVO NON TI DIMENTICA!

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Questo non è un racconto come tanti. È la storia di un figlio, di un marito, di un padre. È la storia  di un uomo strappato alla vita a soli quarantadue anni, vittima innocente di un sistema corrotto che semina sangue, efferatezza, odio, omertà e che lede vigliaccamente la dignità dell’essere umano. Perché “la mafia è una montagna di merda”! Lo diceva il povero Peppino Impastato, ucciso il 9 maggio 1978 per non aver rinunciato ai suoi ideali, lo ripetiamo noi a distanza di un quarantennio.

No, non si può marcire nell’indifferenza quando si parla di mafia, specie se pensiamo a chi ne ha pagato a caro prezzo guardandosi scippare la propria identità, il proprio lavoro, i propri sogni e, nel peggiore dei casi, un amico, un compaesano, un familiare, nati da una terra che li appartiene.

Antonio Lorusso, così si chiamava l’Appuntato ruvese degli Agenti di Custodia che la mattina del 5 maggio del 1971 aspettava fuori dal cimitero dei Cappuccini di Palermo, a bordo dell’autovettura di servizio, il Procuratore Capo della Repubblica Pietro Scaglione, recatosi lì per pregare sulla tomba della moglie Concetta. Erano le 10.55 quando al centralino della Questura di Palermo giungeva una telefonata che segnalava un’autovettura ferma in via Cipressi, con a bordo due uomini privi di vita. Gli agenti della Squadra mobile, guidati dai commissari Boris Giuliano e Bruno Contrada, giungevano sul posto dove constatavano che nella Fiat 1300 si trovavano riversi, sul sedile anteriore e su quello posteriore, due uomini insanguinati, identificati con il Procuratore Capo di Palermo Pietro Scaglione e l’Appuntato Antonio Lorusso. Entrambi i corpi, ormai esanimi, furono trasportati all’ospedale civico, poiché colpiti in regioni vitali da numerosi proiettili di arma da fuoco, calibro 9 e 38 special.

Il ruvese lasciava sua moglie Dora e i piccoli Felice e Salvatore di otto e due anni, assieme a quel paese natìo che lo aveva visto crescere e poi partire alla volta della Sardegna, dove aveva concluso l’esperienza di sottufficiale nel Reggimento Granatieri. Un percorso tutto in ascesa coronato dall’assegnazione alle Carceri Giudiziarie “Ucciardone” di Palermo in qualità di autista presso gli Uffici Giudiziari del capoluogo, non prima della frequentazione del corso di addestramento presso la Scuola degli Agenti di Custodia di Cairo Montenotte.

Lo ricorderemo per la professionalità con cui svolgeva il delicato incarico, in virtù del quale veniva elogiato dal già Procuratore Capo della Repubblica Palmeri e, successivamente, dal nuovo Procuratore Pietro Scaglione. Proprio quest’ultimo, con una nota indirizzata all’Ispettore Generale Reggente la direzione delle carceri Giudiziarie di Palermo, esprimeva su di lui parole lusinghiere: “significo che l’agente Lorusso Antonio espleta le mansioni commessegli dando quotidianamente prova di spiccate capacità, di moltissima operosità e di irreprensibile condotta. Dotato di proprio intuito, disciplinato e riguardoso, si distingue per encomiabile attaccamento al dovere, e per lo zelo e la precisione con cui disimpegna i vari incarichi affidatigli. Per tali doti si è meritato la stima e la considerazione generale. Esprimo, pertanto, parere favorevole per l’attribuzione al Lorusso della massima qualifica per l’anno 1964”.

Riconosciuto dal Ministero dell’Interno come “Vittima del Dovere” ai sensi della Legge 101/1968, gli è stata intitolata la casa circondariale Pagliarelli di Palermo.

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