17 Aprile 2016, referendum abrogativo sulle trivelle: come voteranno i ruvesi?

Domenica 17 aprile 2016 si vota per il referendum abrogativo del comma 17 dell’art. 6  del decreto legislativo 125 del 2006 (comma 239 art. 1 della Legge di Stabilità) in base al quale alle società petrolifere, che già svolgono attività di ricerca, prospezione e coltivazione di petrolio entro 12 miglia (22 km) dalle nostre coste, la concessione a svolgere tale attività può essere rinnovata fino ad esaurimento del giacimento petrolifero o di metano.

Il Comitato Ruvo ferma le trivelle – Vota SI aveva, pochi giorni fa, denunciato in un comunicato stampa , la disinformazione imperante tra i ruvesi a proposito del quesito referendario. A dire il vero, sui social network è tutto un linkare a testate giornalistiche che trattano l’argomento approfonditamente; è tutto un pubblicare post su disastri ambientali,  su mari puliti che possono diventare un semplice ricordo se non ci si reca a votare o si vota “no”. Fanno da timido contraltare i post di chi invita a riflettere sulle conseguenze della dismissione delle piattaforme petrolifere.

Chi scrive indicherà, sinteticamente e in modo semplice, le motivazioni alla base delle due posizioni.

Chi vota “no” vuole che tutto rimanga come è, anzi alcuni propongono di non recarsi alle urne per evitare che si formi il quorum  necessario, il 50% +1 degli aventi diritto al voto, per la validità  del referendum.

Chi vota “sì” vuole che, una volta scadute, le concessioni alle aziende petrolifere non siano più rinnovate.

Queste le ragioni di chi vota “no”.

L’Italia ha molte zone ricche di gas e di olio di buona qualità. Il nostro Paese è il terzo in Europa, dopo Norvegia e Gran Bretagna, a disporre di riserve di petrolio mentre, per quanto concerne il metano, si colloca al quarto posto per le riserve e al sesto per la produzione. Quindi disponiamo di notevoli risorse che non sono fatte fruttare perché non si vuole utilizzarle. Eppure se si sfruttassero adeguatamente queste riserve, l’Italia non dipenderebbe da Russia, Africa del Nord e Medio Oriente per la fornitura di petrolio e gas necessari al fabbisogno energetico. Saremmo autosufficienti e potremmo far fronte a cali improvvisi di fornitura e impennate di prezzo di benzina a seguito di crisi internazionali.

Inoltre le risorse di cui disponiamo possono essere impiegate, attraverso tecnologie sofisticate e sicure, da alti profili specializzati formatisi nelle nostre Università. Non bisogna dimenticare, infatti, che le società petrolifere investono molto danaro nella ricerca scientifica che è tesa non solo a studiare e trovare nuove applicazioni degli idrocarburi ma anche a elaborare metodi di prospezione sempre più sicuri e ed ecologicamente rispettosi dell’ambiente circostante.

Tra l’altro, i rischi tanto paventati dai sostenitori del “sì” sono connessi ad ogni tipo di attività industriale. E l’Italia può essere tranquilla perché la sofisticata tecnologia di cui dispone, l’attenta e severa legislazione in materia ambientale e di sicurezza e la ferrea vigilanza che vigono riducono notevolmente le criticità.

Inoltre, interrompere l’attività estrattiva, una volta che sia esaurita la concessione, comporta perdita di posti di lavoro e un problema di notevole importanza: senza dubbio bisogna investire nelle “green resources” ma il passaggio dallo sfruttamento degli idrocarburi alle risorse rinnovabili richiede tempi molto lunghi. E nel frattempo da dove attingeremmo l’energia? E’ vero che il quesito referendario riguarda solo i giacimenti petroliferi marini e non quelli terrestri e in acque internazionali, ma ci priveremmo di una quota importante delle nostre risorse. Dovremmo importare quantità maggiori di gas e petrolio e quindi spenderemmo ancora di più.

Votando “sì” si eliminerebbero i rischi di “sversamento”, cioè di fuoriuscita di petrolio nel mare. Un incidente di questo tipo danneggia gravemente gli ecosistemi, soprattutto quello del Mar Mediterraneo. Il petrolio si accumula nell’apparato digerente degli uccelli, pesci e mammiferi, provocando danni ingenti agli organismi e andando a compromettere la catena alimentare. Di conseguenza, questo incide gravemente sull’economia dei Paesi a vocazione agroittica e turistica. E l’Italia può vivere anche di solo turismo dal momento che da secoli è considerato il “giardino d’Europa”.

L’attività estrattiva, poi, aumenta il rischio di “subsidenza del suolo, cioè il movimento di abbassamento verticale della superficie terrestre che sta interessando alcune regioni italiane. Problema molto grave soprattutto  se si considera che il territorio italiano è geomorficamente instabile, spesso a causa di nefasti interventi umani.

Poi, un’altra motivazione che i fautori del “sì” o “No Triv” adducono a sostegno della loro battaglia è che solo una piccola percentuale di petrolio estratto dai fondali dei nostri mari rimane in Italia perché il resto appartiene alle compagnie petrolifere, le quali pagano allo Stato royalties (diritti) molto basse, pari al 7% del valore di quanto estratto. Prosaicamente è come dire che al danno si aggiunge la beffa!

La soluzione migliore, quindi, è quella di investire nelle fonti rinnovabili. I nostri migliori cervelli, non ancora fuggiti dall’Italia, possono studiare metodologie che sfruttino sapientemente le ricchezze naturali di cui l’Italia dispone: sole, acqua, vento. E per quanto riguarda la  questione “occupazione”, non ci saranno perdite di posti di lavoro ma una diversa allocazione delle unità lavorative in settori della “green economy”.

Solo così si realizzerà il binomio “Rispetto ambientale, crescita economica”.

Si vota dalle 7 alle 23,  presentandosi con documento valido di riconoscimento e tessera elettorale.

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