Cultura

L’ostinatamente vivere tra bellezza e dolore in “Madri” di Antonia Chiara Scardicchio

Occhi luminosi e luccicanti, una voce limpida, a tratti rotta dall’emozione e dalla commozione nel narrare la sua rinascita, il suo “viaggio dell’eroe” da uno stato di dolore e impotenza a uno stato di benedizione. E tutto grazie a una creatura forte e fragile, Serena, sua figlia.
Antonia Chiara Scardicchio nel libro “Madri – Voglio vederti danzare”, presentato ieri nell’ambito della rassegna “Evoluzioni”, ha donato a tutti coloro che erano presenti nell’atrio antistante la porticina di ingresso del Museo Jatta, una nuova filosofia di vita, un modo di guardare la Vita con occhi diversi, puri, autentici.
Ben ha detto Elena Silvana Saponaro, direttrice del Museo, con la quale la scrittrice ha conversato, che “Madri” è un piccolissimo trattato di filosofia, arte, scultura, letteratura, fisica, pedagogia (la Scardicchio è docente di Progettazione e valutazione dei processi formativi e ricercatrice in pedagogia sperimentale all’Università degli Studi di Foggia).
In “Madri”, infatti, c’è la Vita, una vita che Chiara ha riscoperto attraverso la grave forma di autismo di Serena, una ragazzina iperattiva che è stata ferma per un’ora quando ha visto l’Amore incarnato dagli occhi celesti e i biondi capelli del suo insegnante di inglese; una ragazzina calata nella vita, che vive “qui ed ora”. Una ragazzina che le ha insegnato a non sentirsi in colpa se lei cede alle frivolezze, alle delicate civetterie senza coprirsi con una coltre di dolore.
Serena per lei è figlia e anche madre. Perché le “Madri”, per lei, non sono solo coloro dal cui utero esce una creatura, ma sono anche uomini e donne che le hanno insegnato e le insegnano a vivere in modo autentico, che l’hanno incoraggiata e la incoraggiano nelle sue decisioni come l’Assessora Monica Filograno, sua grande amica, che ha voluto proprio lei in questi incontri letterari legati dal fil rôuge della genitorialità.

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Da sin. a destra, l’assessora alla Cultura Monica Filograno, l’autrice Antonia Chiara Scardicchio e Elena Silvana Saponaro, direttrice del Museo Jatta

Chiara ha parlato di sé. Come figlia è stata salvata dalle parole, dalla scrittura, “le sue coperte di Linus”.
Ha narrato della sua infanzia, di una madre iperprotettiva e ipercritica. Ha narrato dei suoi sogni da bambina di avere una figlia o un figlio meravigliosi. Come tutte le bambine ha avuto una sua fantasmatica materna, ossia ha immaginato come sarebbe stato suo figlio, ha immaginato il suo essere madre. E quando ha scoperto di essere in attesa ha acquistato tanti libri di fiabe da leggere alla sua creatura, in modo da instaurare un dialogo con lei.
Quando, poi, a Serena è diagnosticata una grave forma di autismo, Chiara si sente impotente. Legge tanti libri, tanti tomi – “da creare una casetta”- fino a quando si rende conto che la ricerca di un perché al cambiamento radicale della sua vita, “frutto di una fattura” secondo sua zia, incarnava il proprio inconsapevole disappunto nei confronti di Serena, lo stesso disappunto che lei leggeva negli occhi di sua madre, la quale vedeva in lei, Chiara, una creatura diversa dalla sua fantasmatica.

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Reading di Patrizia Labianca

Chiara si rende conto di sbagliare, di vivere avendo una sua fantasmatica esistenziale: la sua vita è condotta lungo i binari di quel che “poteva essere e non è”. E intanto la Vita, quella vera, scorre. Chiara non si rendeva conto della vera Bellezza, che comprende anche la bellezza dell’ignoto, di quello su cui non è possibile esercitare il proprio controllo. Ma è proprio quando si ha la consapevolezza di “non sapere nulla” che la Vita si manifesta in tutto il suo splendore e in tutta la sua formativa crudeltà. Perché la Vita ci colpisce nei nostri punti di forza, come è accaduto a lei: lei che è stata salvata dalle parole, “che mangia i libri”, che scrive e ha avuto una figlia che sa dire solo “Mamma” e “Papà”. Ma la Vita ci chiede di trasformare le difficoltà, le tragedie in apprendimento, ci chiede di evolverci, di risorgere.
E qui emerge la figura della Grande Madre, che è Terra e Cielo: Maria di Nazareth. La Madonna è spesso adorata e venerata in vesti luttuose, come Mater Dolorosa. Ma Maria è stata ebbra di felicità quando suo Figlio è Risorto. Avrà danzato, non le si addiceva più il verbo “Stabat”, lo stare ferma ai piedi della Croce, fissa, nel suo atroce dolore, ma avrà perso il suo equilibrio nei passi di una danza ebraica.
Ed è quello che dovremmo imparare a fare tutti noi, catafratti nelle nostre paure, nella nostra rabbia, nel nostro dolore, noi che ci difendiamo dalla Vita, dalla Bellezza che ci passa accanto nella sua singolarità. Non a caso l’incontro, impreziosito dalla lettura di alcuni passi fatta da Patrizia Labianca della Compagnia “La luna nel letto”, si è svolto all’interno di Palazzo Jatta, accanto al Museo, che custodisce l’arte classica. Chiara ama l’arte contemporanea, che è colore ma anche relatività, stravolgimento delle leggi della fisica. Lei ha guardato Serena con gli occhi di chi cercava la perfezione dell’arte classica: ma l’arte classica incarna il Sublime, la Perfezione, irraggiungibili nonostante la costante tensione verso essi.dscf1030

Invece Serena, come tutti, va ammirata come quadro astratto, che consente nuove letture, diverse visioni. Quelle visioni che hanno permesso a Chiara di vedere in un ombrello, in un giorno di pioggia, uno strumento di gioia, portatore di sole. Infatti ha promosso un’iniziativa con la quale, attraverso la collaborazione dei detenuti del Carcere di Lecce, ha fatto stampare le sue parole, le sue poesie sugli ombrelli. Parole che insegnano a essere resilienti, termine scientifico con cui si indicano i risorti. Parole che insegnano a reagire alle difficoltà. La pioggia, in fondo, per quanto noi ci difendiamo da essa con gli ombrelli porta anche la vita, fa spuntare germogli da dove sono cadute le foglie.
Io aggiungo che la scelta del luogo è stata giusta anche per altri motivi: dietro Chiara, Elena Silvana e Patrizia faceva da sfondo lo splendido cancello oltre il quale ci sono i giardini di Palazzo Jatta. Basta aprire il cancello che ci separa dalla Vita ed ecco che entriamo nella Bellezza.
Chiara lo ha fatto. Grazie a sua figlia Serena.

(Foto di Veronique Fracchiolla)

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