Cronaca

DODICI ORE DI LIBERTA’ PER ALBERTO SAVI. LO SDEGNO DEI FAMILIARI DELLE VITTIME

Dodici ore di libertà dopo 23 anni di carcere fanno infuriare i parenti delle vittime della Banda della Uno bianca. Ad usufruire per la prima volta di un permesso premio è stato Alberto Savi, 52 anni, il minore dei tre fratelli all’ergastolo per aver fatto parte del gruppo criminale che tra il 1987 e il 1994 uccise 24 persone e ne ferì 103, a Bologna, in Romagna e nelle Marche. Da 17 anni è detenuto a Padova e il tribunale di Sorveglianza di Venezia ha dato l’ok alla richiesta, di cui Savi, ex poliziotto come il fratello Roberto, ha già beneficiato trovando ospitalità in una comunità protetta. Il percorso lavorativo avviato in carcere e le relazioni degli operatori, che attestano un percorso di pentimento iniziato da tempo, hanno pesato nella decisione del tribunale.
«I nostri morti non hanno permessi premio. Io non credo che si siano pentiti e mi auguro che dopo questo permesso la cosa finisca lì», sono le dichiarazioni di Rosanna Zecchi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, vedova di Primo, ucciso da Roberto e Fabio Savi il 6 ottobre 1990 perché stava annotando la loro targa dopo una rapina.
Tre le vittime della banda della Uno Bianca, anche il carabiniere ruvese, Cataldo Stasi.

 

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