Un utente: “Chiediamo scusa a tutti i defunti”

Un pò di cenni storici, un pò di ironia sulla questione delle lampade votive nel cimitero comunale. Servizio non ancora preso in carico dalla Ruvo Servizi srl e spesso le lampade risultano spente.

Ecco la lettera dell’utente:

“I Peuceti di Magnagrecia ponevano i defunti nei dintorni dei loro abitacoli o addirittura sotto al pavimento.

I medievali, nella loro accentuata religiosità, li seppellivano sotto le chiese. Quando giunsero le armate francesi Bonaparte impose l’inumazione dei morti fuori dai centri abitati, soprattutto per motivi di igiene.

Era quello un periodo colpito da pestilenze e proprio in occasione della “Spagnola” che l’impianto cimiteriale venne spostato sull’altura della Chiesa di Sant’Angelo, zona arieggiata e ben ventilata. Oggi lì sorgono la Pineta Comunale e la piscina.

Con l’espansione del centro abitato, il cimitero fu trasferito a nord della città ad un chilometro di distanza.

“LA DOMUS ULTIMA” venne impiantata con cura e strutturata qual si conviene ad un luogo sacro.

I nobili e le famiglie facoltose fecero costruire le cappelle per i loro defunti su progetto del noto architetto “ETTORE BERNIK”, di raffinata scultura e circondata da verde e fiori, con l’apporto di provetti scalpellini. Per chi entra si trova fra due maestose cappelle delle famiglie Jatta e Caputi. Ricordiamo inoltre quella della famiglia Fenicia e quella che si richiama allo stile egizio sul viale principale, realizzata in pietra locale, su progetto dell’Ing. EGIDIO BOCCUZZI.

Il nostro poteva dirsi un cimitero monumentale.

In quel tempo ne era il custode il Sac. DON MICHELE CATALANO (noto come DOMMECHELE TACCHINE) che celebrava messa ogni giorno al suono della campanella. Successivamente ne fece installare una più grande, affinché i rintocchi potessero raggiungere tutti i visitatori. Il nostro cimitero nel tempo è stato sempre tenuto in bell’ordine: un vero gioiello, vanto dei ruvesi. E oggi? Chiediamo scusa a tutti i cari defunti se è stata fatta un po’ di confusione “speriamo non più” mischiando l’antico col moderno  e auguriamo ai cari morti che da ora in avanti «SPLENDA AD ESSI LA LUCE PERPETUA».

Lucia Ciliberti

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