“Timbe – condra – timbe”, la nuova raccolta lirica del M° Vincenzo Mastropirro: conversazione con l’autore che ha una proposta interessante

Musicista e poeta. Curioso, versatile con una notevole presenza scenica.

E’ Vincenzo Mastropirro, flautista, compositore, cantore dei nostri tempi nella lingua dialettale, nel dialetto rubastino in particolare, nel dialetto parlato dalla sua amata madre.

Sabato 10 settembre, alle ore 20.00, Vincenzo Mastropirro presenterà la sua ultima raccolta di liriche “Timbe-condra-Timbe /Tempo – contro – tempo” (puntoacapo Edizioni) nell’ambito della rassegna “Evoluzioni”.

Sarà un incontro particolare quello che si svolgerà nel Chiostro dell’ex Convento dei Domenicani a Ruvo di Puglia, al quale hanno dato il loro contributo l’Associazione Amici della Musica e la ProLoco di Ruvo di Puglia.

Sarà un dialogo che si instaurerà tra pubblico e autore, impreziosito dalle musiche che eseguirà insieme a Nicola Pisani e Domenico Bruno.

Con Vincenzo Mastropirro dialogherà Nicola Pice.

Intanto è interessante ripercorrere brevemente la sua biografia, nella quale la poesia è sempre presente.

Si diploma in flauto al Conservatorio “Nicolò Piccinni” di Bari, nel 1983, con il M° Antonio Minella e si specializza con i grandi nomi della scena internazionale tra cui Peeter Lukas Graf, Annamaria Morini, Ruggero Chiesa. Si diploma, poi,  in Musicologia e Pedagogia musicale alla Scuola Superiore di Fermo.

Nel 1989 fonda il “Trio Mauro Giuliani” con il clarinettista ruvese Giambattista Ciliberti e il chitarrista Antonio Maddonni.

Nel 1997 crea il “Mastropirro Ermitage Ensemble”, una formazione che propone nuovi progetti compositivi e con la quale ha collaborato con i poeti Alda Merini, Vittorino Curci e Annamaria Farabbi, componendo musiche per le loro liriche. Della Merini, ha musicato alcune liriche tratte da Ballate non pagate : la poetessa recita alcune di esse nel cd edito da Phoenex Classics sul debutto al Festival Internazionale delle musiche possibili Time Zones 1997, al Teatro Kismet di Bari.

Nel 2009 Mastropirro, che è anche primo flauto nella “Banda di Ruvo”, musica, in otto quadri, La bambina cieca e la rosa sonora per la quale la poetessa Farabbi scrive il testo in musica. In seguito compone Songs su poesie di Vittorino Curci.

Nel 2003 compone “Mater Dolorosa” (Stabat in nove quadri su laudi dialettali pugliesi), rappresentata nel teatro Petruzzelli, con l’installazione dell’artista Francesco Sannicandro e la regia di Michele Sinisi, in occasione del centenario della nascita del teatro.

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Talento versatile, che spazia in ogni campo, Mastropirro ha firmato anche la colonna sonora per i corti “Un solo attimo” e “Illusione” del giovane regista Mauro Portoso, che ha avuto importanti riconoscimenti ai Rome Web Awards 2016 e una nomination ai David di Donatello.

Abbiamo parlato con lui di “Timbe – condra – timbe”, una raccolta dedicata  a un tema che affascina e intimorisce l’uomo per la sua inesorabilità e invincibilità: il tempo.

Il trascorrere del tempo è al centro della sua nuova raccolta “Timbe-condra-Timbe”, che dà il titolo a una sua lirica ed evoca il mondo della musica. Cosa significa?

La musica e la poesia sono al centro della mia vita e si intersecano vicendevolmente come lo scorrere dell’acqua alla foce di un fiume. Il Tempo, passa e ritorna sempre nella vita dell’uomo e lo tritura come fa il frullatore con la frutta. Però il risultato, a volte può essere un succo buonissimo al nostro palato; altre volte acido, disgustoso. In qualunque caso la poesia deve sorprendere, deve lasciarti spiazzato. La poesia non dà per scontato niente.

Quale messaggio vuole donare ai suoi lettori con questa raccolta?

Un autore, quando scrive una raccolta di poesie, non si prefigge alcun messaggio perché, secondo me, la poesia non ha messaggi da dare. La poesia è riflessione e il lettore fa la sua parte interpretando in maniera estremamente personale lo scritto. Comunque “Timbe-condra-Timbe” è una riflessione sul Tempo; un Tempo passato, presente e futuro in cui l’uomo gioca un ruolo da protagonista,  nel Bene e nel Male.

Nelle liriche ho notato che tema frequente è la Morte. Forse che il trascorrere del tempo è vissuto con angoscia o con consapevolezza?

La morte è vista con ironia, come sfida. La morte per l’uomo è un mistero e io la leggo quasi sempre con il piglio della sfida; le rido in faccia come spesso fa lei con noi. La vivo con consapevolezza e mai con angoscia.

La lasagna, lo stuzzicadenti, lo scialle, lo stendino di vimini: oggetti quotidiani che diventano simboli universali della condizione umana?

C’è una corrente poetica che, a partire dal 2010, dalle idee di Guido Oldani, si definisce come “realismo terminale” che in gran parte condivido e a cui spesso anch’io attingo. Sono gli oggetti comuni, come quelli appena citati che prendono il sopravvento sull’oggetto della poesia. E’ proprio dagli oggetti comuni, giornalieri che faccio nascere versi surreali. Lì, tra vero e immaginato, gioco col ritmo e con la musica della lingua di mia madre: il dialetto, quella lingua che risuona nella mia testa da quando sono nato. Come dico in una poesia:

…me disse:

“la poesia dialettale non la sopporto, non è niente.”

Pote ìésse, ma nan ce crède,

la poésèi è tutte e nudde

inde a totte re lingue du munne

e pure cu la maje, chère de Riuve

ma spécialmède chère de mamme

ca stè chiandote ‘ncope

avvetote cume nu pirne

stritte, affunne ed etìérne.

****

…mi disse:/“la poesia dialettale non la sopporto, non è niente.”// Può essere, ma non ci credo,/ la poesia è tutto e niente/ in tutte le lingue del mondo/ e pure con la mia, quella di Ruvo/ ma specialmente quella di mamma/ che è piantata in testa/ avvitata come un perno/ stretto, profondo ed eterno.

Una lirica è dedicata a Matera. Che legame ha con la città lucana?

A Matera sono nato e poi vissuto a Grassano per cinque anni, perché mio padre insegnava lì. La Basilicata ce l’ho nel cuore anche perché il destino ha voluto che sposassi una donna di Aliano, il paese dove fu confinato Carlo Levi: scrittore e poeta e quindi tutto torna (lo dico col sorriso sulle labbra).

Ha pubblicato diverse raccolte e vinto premi. Cosa ha cantato in ognuna di esse?

Ho scritto quattro libri in dieci anni, una raccolta in italiano e tre in dialetto. La mia poesia è principalmente “poesia civile” anche se non mi piace dare definizioni precise. Per quanto riguarda i premi ricevuti, partecipo a concorsi e premi letterari con una frequenza di un paio all’anno, presentando o il libro edito o poesie inedite. Scelgo quelli più autorevoli, con grande tradizione e spesso è arrivato il riconoscimento tra i primi posti. Fa piacere naturalmente, senza esaltarsi più di tanto. Il riconoscimento più importante è stato l’attribuzione del premio Lerici/Pea 61° edizione, ricevuto l’anno scorso a Lerici, in Liguria nella sezione poesia in dialetto “Paolo Bertolani”. Un premio che ha visto tra i premiati grandi poeti sia in italiano che in dialetto. Uno su tutti Franco Loi, poeta che scrive in milanese e che oggi è considerato il più autorevole, sia per la sua lunga vita artistica che per la grande qualità della poesia.

I libri che ho scritto hanno principalmente un taglio civile: l’uomo e le sue miserie sono al centro della mia attenzione da quando scrivo ma il mio pessimismo apre quasi sempre lo spiraglio alla positività e alla speranza.

Lei è musicista: ha scelto il dialetto ruvese per la sua aspra musicalità?

In realtà, la “nostra” lingua aspra e difficile, nasconde una musicalità e un ritmo come poche. Quando scrivo versi, l’asprezza diventa suono che si trasforma in musica. Sono certamente avvantaggiato per il fatto di essere un musicista che, oltre a suonare, compone anche musica. Questo esercizio mi porta a comporre versi e musica alla stessa maniera: trovo il suono e il ritmo in entrambi i casi e poi aggiungo il significato che spesso ha radici civili, immagini forti, suoni poderosi che poi si rivelano pugni nello stomaco per cercare di essere vivi in questa società spesso soporifera.

Mi parli del Mastropirro musicista e Mastropirro poeta: in fondo poesia e musica sono simbiotiche.

Come ho detto prima, non c’è nessuna differenza tra le due cose; c’è appunto simbiosi. Scrivo musica e poesia seguendo quasi sempre la stessa direzione creativa. Prima di giungere alla poesia scritta, ho letto e leggo, oltre ai classici, tantissimi autori contemporanei. Questo rapporto intimo con la parola alta, mi ha portato a musicare poeti come Alda Merini, Vittorino Curci e Anna Maria Farabbi, producendo concerti e performance in vari teatri in Italia e all’estero. Naturalmente sono tutti disponibili in CD.

A quale lirica di “Timbe – condra – timbe” è più legato?

Legarsi ad una lirica per un autore, vuol dire far torto ad altre. Questo libro, come dice il critico Manuel Cohen nella prefazione: Timbe-condra-Timbe è con tutta probabilità il libro più alto, più organico e compatto per stile e per motivi, il libro a tutt’oggi più ambizioso del nostro autore. E con tutta probabilità lo salutiamo come il suo libro a tutt’oggi migliore . . .

Lo ringrazio per questa affermazione e vedremo se sarà così.

Comunque se proprio devo: U sulche (Il solco) è una poesia che mi piace leggere spesso. 

U sulche

Ogn’e iune allàsse e vole allassò u sulche.

Pote ìésse affùnne quande vu’ ma,

u timbe, sope chère c’òva fo.

Chiòme u vinde ca sparnezzàisce la tìérre.

Chiòme l’ìérve ca crìésce inde a re ‘necchiàreche.

Chiòme l’acque ca ‘nfangàisce tutte.

Stè la prétèse de remanèje in étìérne

ma alla sciute, ne sciòme pe’ sìémbe

fine a quanne, u sulche c’allassòme,

s’apparàisce e devìénde tìérre de nescìune.

U Timbe u sope e ne rire ‘mbacce.

Il solco

Ognuno lascia e vuole lasciare il solco.// Può essere profondo quanto vuoi, ma/ il tempo sa quello che fa.// Chiama il vento che spazza la terra./ Chiama l’erba che cresce nell’incolto./ Chiama l’acqua che infanga tutto.// C’è la pretesa di rimanere in eterno/ ma all’andata, ce ne andiamo per sempre/ fino a quando, il solco che lasciamo,/ si appiattisce e diventa terra di nessuno.// Il Tempo lo sa e ci ride in faccia.

I prossimi progetti?

Non sto mai fermo, sono così per carattere; sempre in fermento creativo. Ho un altro libro inedito a cui sto lavorando da quattro anni, scritto parallelamente a questo ma non ancora completato dal titolo Notturni ed è in italiano, anche se l’ultima sezione ha alcune poesie in dialetto. Ma voglio lanciare una sfida: perché non organizziamo a Ruvo, una bella serata in onore di Biagia Marniti?

In anteprima le dico una cosa che non sa nessuno: ho scritto a quattro mani col compositore bresciano, Antonio Giacometti, una nuova composizione musicale sul poemetto “La ballata del mare” della poetessa Biagia Marniti che come saprà è di Ruvo di Puglia e che i ruvesi poco conoscono o forse per niente. E’ stata una figura importante nel campo letterario nazionale nel ‘900.

La realizziamo questa sfida? Approfitto per lanciare l’idea agli amministratori ruvesi e associazioni che si occupano di cultura. E’ una poetessa che andrebbe omaggiata. Sarebbe bellissimo. Un bellissimo regalo per la città. Comunque, molto probabilmente nel 2017, di questo lavoro sarà realizzato un CD.

(La foto in evidenza è di Marco Volpe)

 

 

 
 
 

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