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STORIE DI SPORTIVI RUVESI: MISTER FABIO DI DOMENICO E LA PASSIONE PER IL CALCIO

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Il nostro viaggio alla ricerca delle storie degli sportivi ruvesi prosegue con il racconto di Fabio Di Domenico, sportivo che ha fatto della passione per il calcio un lavoro grazie alla determinazione e alla grinta.

Il calcio è uno sport incredibilmente folle ed entusiasmante. E’ passione, religione, scaramanzia, spettacolo.

E’ uno sport capace di appassionare milioni di persone.

Il calcio – ci racconta il ruvese – è una passione che nasce sin da quando ero piccolo. Trent’anni fa non avevamo tanti diversivi con cui impiegare il tempo libero. Bastava una palla ed eravamo felici. Ho iniziato a giocare a calcio all’età di cinque anni.

Ricordo che seguivo ovunque il mio papà che praticava questo sport a livello dilettantistico. Negli anni ’80 non esistevano le scuole calcio, i campi in erba, il materiale tecnico da indossare e neanche quello per allenarsi. Il campo era un marciapiede, la porta era formata da due alberi e le coppe erano di cartone, disegnate e ritagliate da noi stessi.

All’età di sei anni entrai a far parte della Junior Calcio Ruvo, una realtà calcistica ruvese nata da Aldo Lovino e dal presidente Domenico Santoro, titolare dell’ex Bar Milan.

Lì ho intrapreso il mio approccio al calcio inteso come squadra, gruppo di amici che coltivavano la stessa passione. 

Ricordo ancora che il presidente Mimmo Santoro contava tutti i gol che realizzavo in stagione  e per ogni vittoria, ma a volte anche in caso di sconfitta, il ritrovo post-partita era al Bar Milan, per un gelato gentilmente offerto.

All’età di dodici anni iniziai il mio percorso più importante. L’ AS Bari acquistò il mio cartellino e approdai nel top club del calcio giovanile pugliese. Sono stati anni di grandi soddisfazioni, accanto ad altrettanti sacrifici.

I primi anni ad accompagnarmi all’allenamento delle 14:30 erano o mio padre o mio zio. Solo dopo ho iniziato a viaggiare in treno appena uscito da scuola, con un panino in una mano e il borsone nell’altra.

Rientravo alle 19 e mi mettevo a studiare. Ho sempre avuto ottimi voti a scuola riuscendo a coniugare le due cose senza mai tralasciare una delle due.

Il calcio ha sempre rappresentato la mia vita e, ancora oggi, mi reputo fortunato ad essere riuscito a fare della mia passione il mio lavoro“.

Un percorso segnato a suon di gol, vittorie e sconfitte.

La vittoria più bella – continua – è stata quella del campionato vinto a Taranto dalla c2 alla c1. Una stagione partita a singhiozzo  e che poi è decollata fino alla promozione nella finale playoff. C’erano 30.000 persone quel giorno allo stadio ed è stata un’emozione unica vincere in una città come Taranto in cui si vive di calcio h24.

La sconfitta che non dimenticherò mai, invece, è la finale del  Campionato nazionale Berretti, in cui indossavo la maglia del Bari, vinta dal Milan per 1 a 0.

Ma non solo, difficilmente dimenticherò anche l’ultima giornata del campionato di c1 tra Lanciano e Giulianova. Perdemmo per 3 a 2 e non riuscimmo ad accedere ai playoff per la serie B. Avevamo un grande gruppo, allenato da Mister Buffoni e da un giovanissimo Mister Giampaolo“.

Aggiunge: “Non c’è stato un periodo più bello. Ho sempre amato questo sport che tanto mi ha dato e tanto, probabilmente, mi ha tolto. Ci sono state scelte, nel mio percorso, che hanno determinato situazioni diverse da quelle che mi aspettavo, ma non rimpiango nulla.

Ho vissuto e il calcio è stato un mezzo per temprarmi e formarmi come uomo. A diciotto anni ero fuori casa, a Battipaglia, in una città che non conoscevo e condividevo un appartamento con ragazzi coetanei.

Il calcio, ma in realtà tutto lo sport in genere, è altamente formativo e farlo a livello professionistico lo è ancor di più per il senso di responsabilità che ti determina. 

Il momento più brutto della mia carriera, invece, è stato nel 2002. Giocavo per la seconda stagione consecutiva a Sora. Ero in una realtà in cui mi apprezzavano e dove avevo coltivato tantissime amicizie. Il destino, però, ha voluto che un brutto infortunio mi tenesse lontano dal campo per lunghi otto mesi, segnando una stagione decisamente da dimenticare“.

Un amore diventato un lavoro grazie alla nascita della Fc Di Domenico, nel 2011.

Siamo al decimo anno di attività“, ci rivela Fabio Di Domenico.

Si tratta di un’associazione – continua – che è nata con lo scopo di promuovere il calcio come mezzo di socializzazione,  comunicazione, interazione. 

Ho sempre pensato alla mia realtà come un contenitore nel quale far confluire non solo i più abili nel gioco del calcio, ma tutti i ragazzi spinti e motivati dall’amore per questo sport.

Ecco perché oggi siamo un riferimento sul territorio“.

Da giocatore ad allenatore. Un passaggio determinato dal tempo e dalla crescita personale e lavorativa.

Il rapporto tra allenatore e atleta, in generale, è sempre stato considerato fondamentale nel determinare in positivo lo sviluppo delle abilità e delle prestazioni sportive.

E’ così anche nel rapporto tra mister Di Domenico e i suoi allievi.

Ci confida il ruvese: “Per essere un buon mister basta ricordarsi sempre di essere stati dei bambini. Poi, ovviamente, serve aggiornamento continuo, curiosità, voglia di imparare e rubare qualcosa di positivo da chi si osserva. E’ fondamentale diventare un punto di riferimento in termini educativi e sportivi”. 

Conclude: “Il momento storico che stiamo vivendo è chiaramente drammatico. Fortunatamente gli organi competenti hanno consentito l’esercizio dell’attività motoria negli spazi aperti e questo ci ha permesso, nel rispetto dei protocolli individuati dalla Figc e dal Coni, di poter continuare ad allenarci.

I ragazzi, i tecnici e i genitori hanno avuto una forte componente di resilienza riuscendo ad adattarsi a nuove metodologie, a nuovi comportamenti e a nuove dinamiche da osservare, mostrando grandissima maturità, nell’attesa di poter tornare a giocare una partita liberi da qualsiasi timore“.

 

 

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