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Storia di tante “Luminiția” che vivono a Ruvo di Puglia

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Luminiția è un’insegnante rumena che, di notte, parte dalla sua terra, a bordo di un pulmino, alla volta dell’Italia nella speranza di trovare un lavoro che assicuri un degno futuro ai propri figli. Qui sarà la badante di Chella, un’anziana signora che vede in lei un’estranea nonostante l’accudisca giorno e notte e sia quasi un suo alter ego. Parallelamente a Luminiția e Chella, ci sono Alexi, il marito della prima che accudisce i figli a casa, in Romania, e Mariangela, la figlia della seconda, tesa sua realizzazione personale e dilaniata da sensi di colpa.

Loro sono i personaggi de “L’estranea di casa”, la pièce teatrale scritta e interpretata da Raffaella Giancipoli, che andrà in scena questa sera, alle ore 21.00, al Teatro Comunale di Ruvo di Puglia, nell’ambito della rassegna teatrale “Profeti in patria”.

Lo spettacolo è stato preceduto da un dibattito svoltosi ieri sera, nella Sala Consiliare di Palazzo Avitaja, con l’autrice; Silvia Dumitrache, presidentessa dell'”Associazione Donne Romene in Italia”; Ana Nina Balan, consulente dello spettacolo; Nicola Viesti, critico teatrale per il Corriere del Mezzogiorno; l’assessora alle Politiche Sociali Monica Montaruli, moderatrice dell’incontro, e l’assessora alla Cultura Monica Filograno che ne ha curato l’introduzione.

Un dibattito coinvolgente che prefigura il grande impatto emotivo dello spettacolo il quale, tuttavia, assolverà una missione ancora più importante: quella di far ragionare, di far riflettere sul vissuto travagliato delle donne che lavorano nelle nostre case, che accudiscono i nostri cari e magari, a casa loro, hanno affidato la cura dei propri  figli, “gli orfani bianchi”, e di altri familiari ad amici, parenti e conoscenti – quando esiste una rete di solidarietà – donne che vediamo  ma non guardiamo, “invisibili”.

E’ quanto suggerito da Viesti e anche dall’assessora Montaruli che auspica una maggiore empatia nei confronti persone che, a Ruvo di Puglia, formano una comunità molto legata tra loro e che, a volte, difficilmente si integra con i ruvesi, per diffidenza da entrambe le parti. Diffidenza e paura che non sono comprese e accettate da Ana Nina Balan, vivace cittadina rumena che vive da anni in città con la sua famiglia, Presidentessa dell’Agesci Scout “Ruvo 1” e oro con l’Arcieri Rubis “Biagio Todisco”, che contribuisce al ménage familiare con il suo lavoro di badante. Ha invitato molte sue connazionali che, tuttavia, non si sono presentate. Per paura? Distacco emozionale?

A Balan, Giancipoli, forte dei suoi studi, delle letture di saggi e narrativa dedicata all’argomento, delle sue esperienze e dei suoi incontri con donne rumene e assistiti italiani, degli appunti presi di volta in volta, per dare vita a Luminiția e a Chella,  ha chiesto di non far scivolare lo spettacolo lungo i declivi della retorica ma di aiutarla a essere ancorata alla realtà. E ci è riuscita, dal momento che tutti coloro che hanno visto lo spettacolo sono rimasti colpiti dalla intensa “umanità” dei personaggi, coi loro dubbi, le loro paure, le loro speranze.

Lo spettacolo è ambientato nell’epoca pre-comunitaria, cioè prima che la Romania entrasse a far parte dell’Unione Europea, nel 2007: un anacronismo che, tuttavia, getta un faro sugli altri “extracomunitari”, cacciati da frontiere burocratiche o mal tollerati.

La testimonianza più intensa è quella data da Dumitrache, che, forte della sua esperienza, ha preso a cuore la sorte degli “orfani bianchi”, i bambini che crescono lontano dalla madre, che l’ascolteranno tramite telefono, nelle fiabe della buonanotte o nelle sollecite domande sulla loro crescita, sulle loro amicizie. Dumitrache fu scossa dal documentario Rai “A casa da soli” (2010) che parlava dei bambini lasciati in Romania dalle madri costrette a lavorare in Italia per garantire loro un futuro. Lei rimase colpita dalla apparente freddezza delle madri nel raccontare del proprio vissuto e dal dramma vissuto dai piccoli, spesso così  traumatizzati dal distacco fisico dalla propria madre, da decidere di togliersi la vita. Come gesto estremo di ribellione, protesta, dolore.

Un gesto estremo che è determinato anche dalla “sindrome Italia”, il male oscuro delle badanti che ritornano in patria e non riescono più a trovare il proprio posto nella società ancora sotto gli effetti dell’appiattimento e inquadramento culturale della dittatura Ceausescu. Per questo motivo Dumitrache ha promosso il progetto “Te iubeste mama (La mamma ti vuole bene)”, che, tramite Skype e la rete delle biblioteche rumene, mette in contatto figli e mamme e che sta riscuotendo successo e interesse. Perché le madri hanno la possibilità di mantenere sempre vivo il rapporto coi figli e i bambini hanno la certezza che la madre non li ha abbandonati e dimenticati.

«E’ fondamentale, tuttavia, che bambini e mamme, genitori siano formati a gestire il distacco, siano educati all’ascolto e alla comunicazione» sostiene Dumitrache. Un ascolto, una comunicazione e un’empatia che dovrebbero coltivare anche i datori di lavoro, le famiglie che assumono le donne dell’Est e non solo, famiglie in cui spesso e purtroppo domina la logica del più forte, attraverso ricatti lavorativi e non solo. Un sorriso, una domanda, un interesse sincero allevierebbero il dolore per il distacco, celato da freddezza, ma greve di lacrime.

Piccoli gesti che migliorerebbero la vita di Luminiția e di Chella.

 

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