Commercio

Spese obbligate in aumento: superano il 42% dei consumi familiari e rallentano la ripresa della domanda interna

Gli impulsi provenienti dallo scenario internazionale, una comunicazione discretamente ansiogena e qualche analisi di dubbia fattura, contribuiscono a porre la domanda su cosa (altro) potrebbe andare storto per la nostra economia e le nostre finanze personali.

Le previsioni oggetto di questa nota assumono, invece, ipotesi e postura ideale del tutto differenti da quelle che orientano la vulgata mediatica ricorrente.

In merito alle prospettive sui potenziali conflitti tariffari, si considera che nell’orizzonte dell’anno in corso non ci saranno azioni distruttive dell’attuale (dis)ordine mondiale, almeno non gravemente peggiorative dell’attuale assetto. Variazioni ragionevoli nel livello dei dazi sarebbero largamente assorbite grazie a due caratteristiche del nostro sistema produttivo: la prima è la moderata elasticità al «prezzo» dei beni e dei servizi facenti parte del Sense of Italy, cioè la fascia alta delle nostre esportazioni di beni (Made in) e del turismo incoming, aggregati che assieme costituiscono il contributo al PIL del saldo con l’estero; la seconda ragione è che lo stesso «prezzo» varierebbe, data una modificazione del livello delle tariffe commerciali, meno che proporzionalmente, grazie alla capacità di assorbimento rappresentata dai margini attuali lungo le filiere produttive. Operazione dolorosa, ma, nelle peggiori eventualità, necessaria, possibile, probabile.

A parte le questioni internazionali, la valutazione dei fondamentali dell’economia italiana, almeno nell’ottica di breve termine, sono indubbiamente solidi. Per apprezzare le argomentazioni a supporto di questa suggestione occorre separare i temi strutturali da quelli congiunturali. In altre parole, se si afferma che il reddito disponibile è crescente nel corso degli ultimi anni e del 2025 in particolare, non ha senso obiettare che stiamo sotto i livelli di reddito pro capite del 2007. Mescolare i piani non sempre aiuta.

Il reddito disponibile reale delle famiglie ha superato in aggregato i livelli pre-pandemici. Si insiste sul fatto che le retribuzioni per occupato non abbiano ancora pienamente recuperato la fiammata inflazionistica del 2022-2023. Corretto: ma la perdita è ormai marginale, grazie al pregresso operare della riduzione dell’Irpef e delle varie decontribuzioni. Se poi si evita di confondere il reddito da lavoro con il reddito complessivo – composto da quello da lavoro, da capitale e, soprattutto, da trasferimenti – il recupero del secondo è totale, come indicato dall’Istat nel comunicato del 30 giugno 2025 (pag. 2): il livello del reddito delle famiglie in aggregato e in termini di potere d’acquisto è ai massimi dal 2013.

Ai massimi di sempre è anche l’occupazione. La quota di contratti a tempo indeterminato è cresciuta di 3,5 punti percentuali assoluti tra il 2019 e il primo quarto del 2025, quando raggiunge l’86,5%. In ogni caso, è preferibile affrontare le avversità di questo mondo ostile con 24,3 milioni di occupati invece che con 3,2 milioni di disoccupati, come, per esempio, nel 2014.

La valutazione del nostro debito pubblico da parte dei mercati finanziari è lusinghiera: lo spread rispetto al decennale tedesco è sotto i novanta punti base (come 15 anni fa). I mercati, con crudo cinismo, o razionalità, fanno i conti esatti: a uno stato che ha gestione prudente della finanza pubblica e buoni fondamentali economici, corrisponde una domanda intensa dei suoi titoli sovrani i quali, comunque, hanno un buon rendimento per i prenditori dei titoli pubblici.

Sull’inflazione le evidenze sono molto chiare. La variazione dei prezzi su base annua è attorno o sotto il 2% in tutte le metriche rilevanti e la curva italiana è sovrapponibile a quella dell’euro-area. Una chiusura in media d’anno attorno all’1,5% è ormai probabile, sebbene, al fine di tenere conto di “imprevedibili” tensioni, si sia espanso all’1,7% il valore previsto per la media del 2025  (tab. 1).

L’aspetto di debolezza dell’attuale scenario è costituito dal profilo dei consumi delle famiglie. Sinteticamente, il tratto comune della psicologia collettiva potrebbe essere: voglio (intenzioni d’acquisto ben orientate come da ultima indagine Confcommercio-Censis, giugno 2025), posso (reddito disponibile crescente in termini di potere d’acquisto), ma in fondo non me la sento di spendere per l’incertezza che, in parte, è auto-inflitta a causa del viraggio negativo che contraddistingue il processo di elaborazione delle informazioni esterne. Come riportato dal Bollettino 2025 nr. 1 della BCE, gli italiani sottostimano grandemente e più degli altri concittadini europei la variazione del proprio reddito reale: ci percepiamo peggio di come siamo. E, quindi, spendiamo meno di quanto potremmo. In questo ambito si trova la relazione che lega incertezza congiunturale con le cause strutturali. La bassa crescita endemica che ci ha contraddistinto nell’ultimo quarto di secolo costituisce una zavorra psicologica per le scelte correnti e prospettiche. Ma, nel complesso, consumi in crescita all’1% reale quest’anno (tab. 1) sembra, oggi, un obiettivo alla portata.

Resta qualche interrogativo sul reale dinamismo della spesa dei turisti, sia quella degli italiani in Italia sia quella dei turisti stranieri nel nostro paese. Le aspettative sono toniche e la ricerca Confcommercio-Swg (luglio 2025) indica che, almeno in termini di percezioni e intenzioni dichiarate, le presenze e la spesa in Italia dovrebbero entrambe crescere nel quadrimestre estivo giugno-settembre, dopo i primi cinque mesi connotati da luci e ombre. Nel periodo gennaio-maggio dell’anno in corso, si registra, nei dati provvisori e parziali dell’Istat, una riduzione complessiva delle presenze dell’1,3%, dovuta a una variazione negativa del 3,5% di quelle degli stranieri (con un crollo dei quasi il 13% in maggio) e di una crescita dell’1,6% delle presenze degli italiani.

In sintesi: in assenza di ulteriori shock avversi, è possibile che nei prossimi mesi si assista a un rasserenamento dell’orizzonte della fiducia, causato da un più realistico apprezzamento delle condizioni di reddito crescente e inflazione costante o decrescente. Ciò permetterebbe, anche in presenza di una minore dinamicità della domanda estera, di raggiungere una variazione del PIL, nell’anno in corso, dello 0,7% (tab. 1).

I dati riportati in questa nota presentano nelle serie storiche marginali mutamenti in considerazione delle modifiche intervenute con la pubblicazione della Contabilità nazionale in base 2020[2]. Oltre ai consueti effetti derivanti da una revisione in questa occasione i consumi sul territorio sono stati articolati sulla base della Coicop 2018 a 3 digit, ciò ha comportato un ampliamento delle funzioni di spesa e in alcuni casi una diversa articolazione (da 12 divisioni a 13 e da 56 a 66 gruppi da noi aggregati a 64 per ragioni d’opportunità).

Il dato che emerge dall’analisi di lungo periodo, confermato anche dalle stime per il 2025, non si discosta nella sostanza da quanto rilevato nei precedenti approfondimenti. I consumi obbligati hanno progressivamente assorbito una quota crescente della spesa delle famiglie rendendo sempre meno ampia la parte lasciata ai beni e ai servizi commercializzabili, vale a dire quelli che appartengono alle libere scelte dei consumatori e che sono legate alle preferenze e agli stili di vita dei singoli individui o famiglie.

In trent’anni, l’orizzonte temporale oggetto di questa nota, la quota di consumo ad essi destinata è passata dal 37,0% al 42,2% (fig. 1).

Da questo aggregato sono peraltro esclusi alcuni beni e servizi “tecnologici” (smartphone, tablet, pc e relativi servizi) che fino a pochi anni fa venivano utilizzati quasi esclusivamente nel tempo libero. Oggi sono diventati, in molti casi, strumenti necessari per il lavoro, lo studio e per la fruizione di servizi inclusi tra le spese obbligate (servizi bancari e finanziari, rapporti con la pubblica amministrazione, ecc.) rendendo il confine tra commercializzabili e spese obbligate più sfumato.

La parallela compressione della quota destinata al consumo di beni e servizi commercializzabili (nel 2025 si stima un’incidenza complessiva del 57,8%), vale a dire quelli il cui acquisto è legato a scelte e preferenze personali e familiari, sottende a sua volta dinamiche articolate.

La spesa per i servizi commercializzabili, che aveva registrato un deciso arretramento nel 2020, è tornata, nei periodi più recenti, ad aumentare in misura più significativa rispetto agli altri consumi ed è stimata attestarsi nel 2025 al 20,8%. Quota che risulta ancora inferiore al 21,3% raggiunto nel 2019.

Per contro i beni commercializzabili dovrebbero vedere nell’anno in corso un’ulteriore riduzione dell’incidenza attestandosi al 36,9%.

I dati espressi nella figura 1 sono rappresentativi sia delle quantità sia dei prezzi riflettendo l’evoluzione nel tempo di entrambe le componenti. Vanno anche considerati gli importanti mutamenti demografici intervenuti nell’arco temporale oggetto d’osservazione. Oltre all’invecchiamento della popolazione, che ne ha mutato le esigenze e le preferenze in materia di consumi, a partire dal 2015 il numero di residenti in Italia ha mostrato una progressiva riduzione (nella media del 2025 il calo rispetto al picco del 2014 dovrebbe approssimarsi a 1,4 milioni) fornendo un inevitabile contributo negativo allo sviluppo della domanda.

Per cercare di sterilizzare, sia pure parzialmente, il possibile effetto prezzo e calo demografico sulle dinamiche evidenziate dalla figura 1 si sono riportati i dati a volume (espressi ai prezzi 2025) alla popolazione residente

I risultati, pur mostrando dinamiche nel lungo periodo in linea con le evidenze emerse dai valori complessivi utilizzati nella figura 1, appaiono decisamente più sfumati e segnalano come gran parte dei cambiamenti, in termini di spostamento dei volumi tra obbligati e commercializzabili si sia rilevato tra il 1995 ed il 2007. Elemento che fa emergere il ruolo dei prezzi nel determinare gli andamenti a valore. Altro fattore che spicca è il sostanziale immobilismo dei volumi acquistati per abitante, con una spesa, ai prezzi del 2025, che nell’anno in corso sarà  ancora inferiore di circa 200 euro a quella del 2007 nonostante gli apprezzabili miglioramenti degli ultimi anni.

Analizzando più nel dettaglio le voci riportate nella tabella 2 si conferma il ruolo preponderante delle spese per l’abitazione, i cui volumi per abitante sono in continua crescita ed ammontano, ai prezzi attuali, a poco meno di 5mila e duecento euro l’anno (in aumento nel solo 2025 di 109 euro).

Dinamiche più recenti evidenziano come per i beni commmercializzabili il miglioramento degli ultimi anni, guidato in buona parte dalle apparecchiature informatiche e per le comunicazioni,  si vada esaurendo, con una stima per il 2025 di riduzione dei volumi acquistati di 57 euro per abitante. In questo contesto le maggiori difficoltà si confermano quelle relative ai beni più tradizionali come l’alimentare.

Per l’anno in corso i miglioramenti più significativi, in termini di volumi, sono attesi per i servizi commercializzabili per i quali si stima una crescita delle quantità acquistate di 134 euro per residente. Dato che permetterebbe di tornare, e superare di poco, i livelli del 2019.

Come sottolineato in precedenza i prezzi hanno assunto in tutto il periodo in esame, un ruolo fondamentale nel determinare lo spostamento di quote di spesa dai commercializzabili verso gli obbligati.

Nella tabella 3 e nella figura 2 sono rappresentate le dinamiche del deflatore dei consumi degli obbligati e dei beni e servizi commercializzabili nel periodo 1995-2025.

Le dinamiche di lungo periodo, e non solo, fanno emergere ancora una volta come i prezzi dei consumi a cui le famiglie non possono rinunciare, si siano mossi ad una velocità nettamente superiore rispetto ai beni e servizi commercializzabili. Tra il 1995 ed il 2025 l’incremento complessivo è stato del 132,1 a fronte di una crescita del 55,2% dei beni commercializzabili e dell’81,4% dei servizi il cui acquisto è da considerarsi una libera scelta delle famiglie.

Tra le spese obbligate continua a spiccare il ruolo degli energetici che, nonostante l’attesa di una riduzione dei prezzi nel 2025, hanno visto il deflatore aumentare del 178,3% nel periodo.

Dalla figura 2 emerge anche come in tutte le fasi i prezzi delle spese obbligate siano stati più dinamici, amplificando le spinte inflazionistiche e attenuando le tendenze al rallentamento.

Al di là dell’impatto che questi andamenti hanno sui comportamenti reali delle famiglie, se devo spendere di più per acquistare la stessa quantità di beni e servizi necessari ridurrò la quota destinata ad altri consumi nel caso in cui il reddito disponibile non cresca nella stessa misura, non vanno sottovalutati gli effetti in termini di aspettative.

Trent’anni in cui l’inflazione di questi beni e servizi il cui acquisto è considerato obbligato è aumentata a ritmi sostenuti spingono le famiglie a guardare con una certa diffidenza al futuro portandole a comportamenti più che prudenti nei confronti di quei consumi ritenuti meno necessari. Dato che si traduce non solo in una minore crescita del sistema, ma molto spesso impatta anche sulla situazione di benessere e di soddisfazione dei cittadini.

La nota è stata redatta con le informazioni disponibili al 1 agosto 2025
da Mariano Bella, Silvia Criscuolo e Livia Patrignani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *