PRESENTAZIONE DI GESU’ AL TEMPIO. LA TELA IN SAN DOMENICO

E’ 2 febbraio e la tradizione ruvese festeggia la Candelora, nonché la Purificazione della Vergine e la Presentazione di Gesù al Tempio dopo 40 giorni dalla sua nascita.

A raccontare il santo momento è il Vangelo di Luca. Narra di Maria e Giuseppe recatisi nel Tempio di Gerusalemme per esaudire due leggi, quella di Mosè e quella del Signore.

La prima legge, quella di Mosè, era quella che considerava impure le donne successive al parto. Queste, per essere purificate, avrebbero dovuto sacrificare a Dio un agnello o, in caso di povertà, una coppia di tortore o colombi. Quest’ultimo era il caso dell’umile famiglia di Nazareth.

La seconda legge, quella del Signore, era quella per la quale ogni maschio primogenito doveva essere sacro, dunque benedetto a Dio.

Così la famiglia di Nazareth si recò al Tempio e, insieme a loro, la coppia di tortore o colombi da sacrificare. Lì, poi, l’incontro con l’anziano Simeone, a cui lo Spirito Santo aveva preannunziato la vista del Messia. Simeone, allora, prese tra le braccia il Bambino e lo levò al cielo, benedicendolo. «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola – disse profetizzando – perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele». (Lc 2:29-32)

E’ facile immaginare questo significativo momento; lo è ancor di più se, recati nella chiesa di San Domenico a Ruvo di Puglia, si ammirasse la grande tela di Giuseppe Mastroleo.

Dal titolo “Presentazione di Gesù al tempio”, la tela risale quasi sicuramente al 1721. Fu commissionata dalla Confraternita della Purificazione-Addolorata e raffigura proprio il passo evangelico di Luca.

Andiamo a spiegare l’opera.

Con occhio critico, potremmo distinguere tre piani di raffigurazione, tipici della scuola napoletana di cui fece parte l’autore.

Il primo piano vede protagonisti due santi: a sinistra Sant’Ignazio di Loyola, protettore della Confraternita il quale, con sguardo rivolto allo spettatore, indica ciò che sta avvenendo alle sue spalle. Sulla destra, invece, il pellegrino missionario San Francesco Severino che venera la scena.

Due gradini più su, nel secondo e centrale piano di raffigurazione, Simeone benedice a Dio il Bambino che ha tra le braccia, dal quale si irradia l’intera luce del dipinto. Accanto a sé la Vergine Maria, prostrata dinanzi alla benedizione di suo figlio; dietro di sé, San Giuseppe con una candela in mano. Ricordiamo che la seguente festività non ha caso è detta “Candelora”: dal latino festum candelarum, festa delle candele, queste sono il simbolo di Cristo, «luce per illuminare le genti» aveva detto Luca.

Ancora dietro San Giuseppe, altre genti riempiono lo sfondo: dalla donna con la cesta con le due tortorelle da sacrificare, al volto della profetessa Anna proprio dietro Simeone.

In alto, a completare il terzo piano di raffigurazione sono i dieci angeli che rendono divina la scena sottostante.

Curiosità sul dipinto.

L’opera non è sempre stata attribuita a Mastroleo. Inizialmente era ritenuta frutto del pennello del suo maestro De Matteis, poi era passata dal molfettese Corrado Giaquinto, vissuto appunto nel Settecento. Solo recentemente è stata definita la proprietà artistica di Mastroleo.

Un’altra curiosità è il suo furto. La notte tra il 30 e 31 luglio 1991 l’opera fu trafugata durante i lavori di restauro della chiesa allora in corso. Fortunatamente fu rinvenuta appena quattro mesi dopo, più precisamente il 25 novembre di quell’anno. Successivamente a un restauro, l’opera fu restituita al culto. Oggi, come ogni 2 febbraio, viene venerata nella sua casa, la chiesa di San Domenico, a Ruvo di Puglia.

Clicca qui per leggere il programma della Festa della Candelora 2022

Articolo di Ruvesi.it

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