Home Cultura PILLOLE RUVESI n.13: L FRECEDUZZE DI ZIA GIOVINA

PILLOLE RUVESI n.13: L FRECEDUZZE DI ZIA GIOVINA

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Tagliare un pezzettino di impasto

Dal punto di vista culinario, San Biagio, a Ruvo, vuol dire solo una cosa: L freceduzze. Li avremo mangiati benedetti, accompagnati dalla fettuccina, comprati in Cattedrale dopo la messa; avremo aspettato un sacco di tempo per decidere se mangiare prima il piede, la mano o il bastone di S. Biagio, ma una cosa è certa: non sarebbe il 3 febbraio se non mangiassimo o prepareremmo questi piccoli e particolari tarallini. Ormai è una tradizione molto lunga e ben radicata nella cultura ruvese; in molti, nei giorni precedenti alla festa del Santo Patrono, si accingono a prepararli. Per l’occasione abbiamo fatto una chiacchierata con Zia Giovina, una ruvese che annualmente non si perde mai la preparazione dei freceduzze. Ci ha raccontato di quando, nel 1997/1998, fu chiamata dai maestri della scuola elementare Giovanni Bovio per preparare coi piccoli alunni ben 4 chili di freceduzze! Una mission impossible che divertì tanto i bimbi che portarono a casa i suoi freceduzze.

Ma Zia Giovina è stata anche così gentile da fornirci la ricetta, molto semplice e veloce: prendete appunti. Occorreranno 1kg di farina, 200ml di olio e vino bianco. Niente sale, nient’altro: solo questi semplici ingredienti che sicuramente rimandano a quando, in tutta povertà, si utilizzavano cibi umili per creare bontà.

Una volta impastato il tutto, si prende un pezzo di impasto, lo si lavora tra le mani e gli si dà la forma che si desidera inerente alla festività: la mitra, l’anello, la mano, il piede, il braccio, il bastone e così via, dando spazio alla creatività. A seguire alcune le foto della preparazione dei frecedduzze di Zia Giovina.

Grazie Zia Giovina per aver condiviso con noi la tua tradizione!

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