MICHELE GENOVESE, IL PIRIPICCHIO REGALA SORRISI

Ironico, goliardico e straordinariamente bizzarro: lo ricordiamo così il barlettano Michele Genovese, conosciuto da tutti con il nome d’arte di Piripicchio, che negli anni ’50 del dopoguerra soleva allietare i paesini della provincia di Bari con le sue buffe e scanzonate performance.

Ultimo esponente di quella forma di esibizione improvvisata con mezzi rudimentali e all’aperto, meglio nota come Commedia dell’arte, si aggirava per le piazzette o per i crocicchi delle vie in compagnia di un aiutante che, sistemati i suoi strumenti nel luogo prestabilito, suonava il tamburo o la fisarmonica. Quando si raccoglieva attorno a loro un buon numero di partecipanti, lo spettacolo cominciava generalmente preceduto da un fischio. Donne, bambini e lavoratori di mezza età gli davano il benvenuto e Piripicchio contraccambiava sciorinando filastrocche, barzellette, canzoncine e battute salaci accompagnandole con saltelli, piroette e goffi passi di danza. Sapeva addirittura muovere ritmicamente la fronte e le orecchie facendo ondeggiare la sua bombetta nera, con cui si impegnava a scimmiottare Charlie Chaplin nei panni dell’iconico Charlot.

Del grande comico inglese, indiscusso protagonista del cinema muto nell’epoca postbellica, riprendeva oltre alla postura, alla mimica facciale e agli inconfondibili baffetti neri anche il tipico abbigliamento: un vecchio frac con un garofano rosso fissato in alto, un panciotto stretto, scarpe tirate a lucido e un bastoncino di bambù che Piripicchio lanciava in aria e riprendeva al volo con grande abilità.

Alla fine di ogni rappresentazione, porgeva agli spettatori l’incavo del suo cappello per racimolare qualche soldino. Anche le famiglie, che avevano assistito ai suoi comici siparietti dal balcone delle loro abitazioni, gettavano modiche cifre di denaro con cui il giocoliere si guadagnava da vivere.

Un vagabondo maldestro ma di buon cuore, capace di ridere dinanzi alla meschinità di un tempo che, pur essendo economicamente fecondo, non premierà la sua arte relegandolo ad una posizione di estraneità e di alienazione nei confronti dell’incalzante progresso. Grazie alla sua personalità, Ruvo assapora quella fascinosa dialettica pirandelliana del «riso amaro» che investe alcuni letterati e artisti del Novecento, i quali vivono sulla propria pelle il dramma dell’emarginazione sociale e, guardando la realtà con malinconico disincanto, si rifugiano in una dimensione estemporanea di ingenua comicità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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