L’ULTIMA TRADUZIONE VERNACOLARE DI PIETRO STRAGAPEDE: “LA FRASCERE”

Appena ha appreso della scomparsa di Pietro Stragapede, Francesca Basile si è messa in contatto con la nostra redazione per far sì che venisse diffusa la poesia da lei scritta e tradotta in vernacolare dal compianto poeta.

Si tratta di un’eredità straordinaria che abbiamo il piacere di condividere con i nostri lettori.

“Ho saputo della scomparsa improvvisa del professor Stragapede che mi ha addolorato tanto. Mi ero fatta mettere in contatto con lui ad inizio mese, per farmi trascrivere una mia poesia uscita in dialetto dalla mia mente. È stata una breve ma importante collaborazione, e gli devo tanto. Ho già condiviso la poesia sul mio profilo Facebook, sugli ami i della biblioteca di Lomazzo dove vivo, con i miei ringraziamenti a lui, in fondo”, ci racconta.

“Ho inviato la poesia a Francesca della Pro Loco che mi aveva messo in contatto con lui,per farla arrivare alla famiglia con le mie condoglianze. È un suo lascito, un’eredità forse uno degli ultimi. La poesia l’avevo scritta il 3/7 ed io non ho fatto in tempo a conoscerlo e ringraziarlo personalmente”, conclude Francesca Basile.

Di seguito il testo di Francesca Basile, nostra concittadina residente a Saronno, e la traduzione di Pietro Stragapede.

Il focolare.

Il braciere con un bicchiere d’acqua

e una scorza d’arancia,

che spargeva un buon profumo nella casa.

I piedi sopra, e i polpacci che si arrossavano.

Le mani aperte a raggiera,

per afferrare tutto il calore, che si toccavano.

Facevamo lite per appoggiare tutti i piedi,

che lo spazio era poco.

Poi col sorriso e una linguaccia,

li mettevamo uno sull’altro.

Non c’erano termosifoni.

Tutti intorno seduti sulle sedie,

la nonna che cantava uno stornello e poi ci

raccontava dei tempi antichi, dei tempi suoi,

che, con un tozzo di pane e un po’ d’olio,

si viveva.

Non come i tempi d’ora che il pane si butta,

perché è troppo e poi ammuffisce.

Intorno a quel braciere,

ognuno raccontava qualcosa.

Se c’era la televisione, si spegneva:

eravamo noi il film, il programma.

E le risate che ci facevamo!

Andavamo a dormire contenti,

perché non era il braciere che spargeva il calore,

ma la famiglia con tutto il nostro amore.

La frascère

La frascère cu nu becchire d-acque

e na scuarze de marange,

ca sparnzzaje nu bune addaure ind-a la cose.

Le pite sàupe e re cuosse ca devendain ruosse.

Re mone apièrte cume tanda rosce,

pe d-auandó tutte u calore,

ca se teqquaine lore a lore.

Faciaime lèite pe d-appeggiò tutte le pite,

peccè ére picche u spazzje.

Po cu u resudde e la lièngue da fore,

le mettàime ìune saupe a u alte.

Nan staine le térmosifone.

Tutte atturne assèise a re sigge,

la nuonne candaje le cande de na vuolte,

e pó ne quendaje le timbe andèiche,

de le timbe siue, quanne,

cu nu stuzze de pone e nu file d-ugghie,

se cambaje.

Nan ère cume mó ca re pone se sciétte,

pecce è assè e pó mblascenaìsce.

Atturne a chèra frascère,

ognedìune quendaje qualche fatte.

Ce staje la tèlèvisione, se stetaje:

irème niue u film, u programme,

e re resote ca ne faciaime!

Ne sciaime a cuolche quendinde, p

eccè nan ère la frascère ca sparnzzaje u calore,

ma la famigghie cu tutte u be’ne ca ne velaime.

03/07/2022 Francesca Basile Poesia gentilmente tradotta in dialetto ruvese (Ruvo di Puglia) dal Professor Pietro Stragapede che, umilmente ringrazio.

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