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“Luce e Vita”: “La tragedia della funivia impone una riflessione sulla regolarità dei processi produttivi”

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Con l’onere del rischio di una recrudescenza del contagio, il Presidente del Consiglio Draghi si è assunto anche un “rischio calcolato” dando così avvio ad un progressivo allentamento delle restrizioni pandemiche per favorire una ripresa economica dei tanti operatori che rischiavano di chiudere definitivamente le proprie attività. Una responsabilità certamente non semplice, ma che, come spesso accade, si pone a cavallo fra la tutela della salute e l’esigenza del lavoro. Una situazione borderline in cui vengono a trovarsi tanti lavoratori i quali devono decidere cosa fare in un tempo ragionevolmente breve, a volte anche attimi. E quel “rischio calcolato” che a volte con tanta leggerezza viene adottato, in alcuni casi si trasforma in dramma perché l’imprevisto straccia ogni calcolo ed il rischio si trasforma in dramma.

È quanto accaduto nell’incidente alla funivia di Stresa-Mottarone dove il capo servizio della funivia ha ammesso di avere deliberatamente e ripetutamente inserito i dispositivi blocca freni (forchettoni), disattivando il sistema frenante di emergenza, mentre il direttore di esercizio e l’amministratore locale non hanno agito per consentire i necessari interventi di manutenzione. Per loro si trattava di un “rischio calcolato” che la rottura imprevista della fune traente, fune portante, ha trasformato in dramma provocando la caduta della cabina con la conseguente morte di 14 persone.

Sono state violate delle disposizioni di legge in materia di sicurezza e per questo si assumeranno ogni responsabilità dinanzi alla giustizia. Ma apostrofare come assassini i responsabili di questa tragedia non deve bastare a tacitare la nostra coscienza. Il dramma è ben più grande perché coinvolge i tanti, troppi lavoratori che sono spesso costretti a venire a patti con la propria coscienza, omettendo, modificando, edulcorando report, relazioni, certificati per “far scorrere” il lavoro per “far girare l’economia”. Certo sono altrettanto numerosi coloro che operano nel rispetto delle leggi, ma inutile nascondersi dietro un dito: il compromesso è sempre dietro l’angolo e di quella logica del “rischio calcolato” è spesso intrisa la nostra coscienza dalle azioni più banali sino alle più grandi. Spesso si tratta di scelte obbligate perché in ballo c’è il proprio posto di lavoro o l’intera commessa di lavoro e per tale ragione la scelta è quasi “obbligata”.
Eppure coniugare lavoro e rispetto delle regole non deve essere una scelta, deve essere una naturale condizione lavorativa. Sappiamo bene che questo stile ha un costo, ma ha un prezzo il rispetto della dignità di ogni persona? Può essere calpestato da accordi al ribasso? Quando potrà innescarsi quel cambiamento di stile di vita dettato da una rinnovata presa di coscienza della legalità, della giustizia, della sussidiarietà che possono realmente spingere al cambiamento radicale di un’economia di mercato per decenni orientata solo al profitto?
Segnali positivi generati proprio dal perdurare di questa pandemia nel mondo del lavoro si intravedono. L’innovazione tecnologica sta riscrivendo le regole aziendali dando il via ad una umanizzazione dei processi aziendali in cui l’uomo, con i suoi bisogni, sta ritornando ad essere centrale. Il bene comune non dovrebbe essere considerato solo come un obiettivo da appendere al muro, va attuato con azioni concrete!

Non lasciamo che questo passaggio epocale, che vedrà nei prossimi anni anche una grande opportunità di cambiamento nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), possa rivelarsi un’altra occasione perduta. Lasciamo che quel “rischio calcolato” possa trasformarsi in un “rischio annullato” lasciando spazio solo all’imponderabile o all’imprevisto.
Dipende solo da noi, da tutti noi!

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