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LUCE E VITA: "Bello e Romero, Vescovi fatti Popolo"

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L’editoriale di “Luce e Vita” di questa settimana, a 22 anni dalla sua morte, ricorda l’ammirazione di Mons. Antonio Bello per Mons. Oscar A. Romero di quando il 20 aprile 2013, in occasione del ventesimo anniversario della morte di don Tonino, Mons. Vincenzo Paglia, presiedendo in Cattedrale la Messa, durante l’omelia raccontava dell’incontro avuto in mattinata con papa Francesco, e annunciava che il processo di canonizzazione del vescovo Oscar Arnulfo Romero si era sbloccato, la notizia fece letteralmente il giro del mondo.
Tale notizia, data durante la celebrazione in cui si ricordava don Tonino, (video su canale youtube della diocesi, ndr) acquistò per noi un significato tutto particolare, dal momento che don Tonino aveva una grande ammirazione nei confronti del vescovo salvadoregno.
Oscar Romero era stato ucciso nella Cattedrale di San Salvador, mentre celebrava la Messa, il 24 marzo 1980 alle 18,30, in un periodo di grandi tensioni in quel paese del Centramerica. Qualche istante prima di morire aveva detto nell’omelia: «In questo calice il vino diventa sangue che è stato il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio di Cristo darci il coraggio di offrire il nostro corpo e il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo. Questo momento di preghiera ci trovi saldamente uniti nella fede e nella speranza…». Poco dopo Mons. Romero offriva il suo corpo e il suo sangue per la giustizia e la pace del suo popolo.
Oggi è stato riconosciuto che la morte del vescovo Romero è avvenuta in odium fidei e perciò il suo è stato un vero martirio. Così il prossimo 23 maggio, a San Salvador, Oscar Romero sarà dichiarato beato.
Don Tonino nel 1987 aveva ricordato Mons. Romero a Roma durante la ricorrenza del 7° anniversario del suo martirio. Durante la messa celebrata nella basilica dei Santi Apostoli il 23 marzo, don Tonino definì Romero «un vescovo fatto popolo». Egli sottolineò «come la Parola di Dio ha costruito nel santo vescovo salvadoregno la spiritualità dell’esodo, la spiritualità del dito puntato, la spiritualità del servo sofferente».
Con la franchezza che lo ha sempre contraddistinto disse anche che «è ora di finirla con le ingenerose speculazioni che fanno di Romero un eroe, ma non un martire; che presentano quest’uomo come travolto dall’ideologia, ma non afferrato dallo Spirito; e che, delle quattro virtù cardinali, gli accreditano la giustizia, ma non la prudenza, gli riconoscono la fortezza ma non la temperanza!». «A ispirare le scelte di Romero – continuò don Tonino – non furono certo la lettura dei testi marxiani e neppure le trascrizioni in chiave ideologica di qualche esponente deteriore della teologia della liberazione, e neppure l’ambigua suggestione di riconquistare nuovi spazi sociali da parte della chiesa, riscoprendo i bisogni dei poveri e utilizzando a scopo strumentale le sofferenze degli oppressi. Furono invece le assidue meditazioni sui carmi del servo sofferente di Jhwh».
E concluse quella omelia con un’ intensa preghiera in cui invocava Romero «Vescovo dei poveri, intrepido assertore della giustizia, martire della pace»; e continuava: «Ottienici dal Signore il dono di mettere la sua parola al primo posto e aiutaci a intuirne la radicalità e a sostenerne la potenza, anche quando essa ci trascende. Liberaci dalla tentazione di decurtarla per paura dei potenti, di addomesticarla per riguardo di chi comanda, di svilirla per timore che ci coinvolga».
E poi infine invocava: «Vescovo Romero, prega per noi qui presenti, perché il Signore ci dia il privilegio di farci prossimo, come te, per tutti coloro che faticano a vivere. E se la sofferenza per il Regno ci lacererà le carni, fa che le stigmate, lasciate dai chiodi nelle nostre mani crocifisse, siano feritoie attraverso le quali possiamo scorgere fin d’ora cieli nuovi e terre nuove».
Certamente non siamo lontani dalla verità se affermiamo che Romero divenne, per don Tonino, punto di riferimento per il suo ministero episcopale quale testimonianza evangelica per la giustizia e la pace.
Don Tonino ritornò a parlare di Mons. Romero nel Natale del 1989, in una preghiera composta per l’occasione, in cui ripercorse tutte le sofferenze dei popoli della terra; scriveva in quell’occasione: «Grazie, Signore, nostra giustizia, Dio dei violentati, che il Natale di quest’anno lo celebri nelle casupole del Salvador impastate di fango e di lacrime. Grazie perché poni la tua culla all’incrocio dei barrios intrisi dal sangue dei profeti: quello antico e non ancora coagulato di Rutilio Grande e di Romero, e quello ancora caldo di Ellacuria e dei suoi compagni di martirio».
Era il preludio di un viaggio veloce compiuto qualche mese dopo, proprio in Salvador in occasione del 10° anniversario della morte di Romero. Di quel viaggio non si ebbe grande eco in Italia, lui però volle esserci insieme a Mons. Luigi Bettazzi e alla delegazione di Pax Christi Internazionale. E così il 24 maggio 1990 celebrò la Messa nella Cattedrale di S. Salvador, lì dove era la tomba del vescovo martire. La messa presieduta dall’Arcivescovo di S. Salvador Mons. Arturo Rivera Damas, fu concelebrata da Roger Mahoney di Los Angeles, Ivo Lorscheider e Pedro Casaldaliga del Brasile, Maurice Taylor della Scozia e Gerardo Flores del Guatemala, oltre a Bettazzi e al nostro don Tonino. La notizia riportata dal giornale El Nuevo Herald, sottolinò come nessun funzionario del governo aveva assistito alla cerimonia. Subito dopo si snodò per le vie della città una marcia di oltre diecimila persone.
Per preparare tale evento don Tonino inviò a tutti i vescovi d’Italia una lettera (riportata in pagina), come presidente di Pax Christi, in cui chiedeva «di voler predisporre per la data del 24 marzo una particolare celebrazione di preghiera con le loro comunità». Iniziativa che due anni dopo divenne fissa per la Chiesa italiana per ricordare ogni 24 marzo tutti i missionari martiri. Da quel viaggio don Tonino tornò col diario di Oscar Romero. Diario che fece tradurre e pubblicare dall’Editrice la Meridiana, e che vide la luce nell’edizione italiana il 1991. Tale pubblicazione trovò il plauso de La Civiltà Cattolica.
Ne ricordo ancora la gioia con cui me ne parlava a tavola il giorno in cui lesse di quella benevola recensione.Molfetta, 16 febbraio 1990«Eminenza Reverendissima,
il prossimo 24 marzo ricorre il decimo anniversario della morte di Mons. Oscar Romero assassinato mentre celebrava Messa.
In quel giorno si è consumato il martirio di un uomo, reo di aver preso la difesa dei poveri e di essersi schierato contro gli idoli della ricchezza e della sicurezza nazionale, ma il martirio del popolo salvadoregno è continuato senza interruzioni.
È stato un martirio a fuoco lento e, forse per questo, avvolto nel silenzio generale. E se l’eccidio dei cinque gesuiti e della loro governante, avvenuto nel novembre scorso, ha scosso in parte l’indifferenza dell’Occidente, è solo perché non poteva non avere risonanza internazionale una barbarie inflitta su personaggi molto noti anche per il loro prestigio culturale. Ma dalle 75 mila persone uccise in questi anni, contadini, operai, studenti… pochi si sono sentiti provocare.
Ebbene, mentre una delegazione internazionale di Pax Christi guidata da alcuni vescovi si recherà in Salvador per pregare sulla tomba di Romero e degli altri martiri, insieme con l’arcivescovo Mons. Rivera y Damas, il Consiglio della sezione italiana di Pax Christi, propone ai Vescovi d’Italia di voler predisporre per la data del 24 marzo una particolare celebrazione di preghiera con le loro comunità.
Sarà un’occasione forte per implorare, da Dio la pace per il popolo del Salvador, per esprimere vicinanza alla Chiesa martire in America Latina, e per richiamare l’attenzione del nostro popolo sui nodi fondamentali della libertà, dei diritti umani, della giustizia, della scelta preferenziale dei poveri.
Il Signore ci ispiri a trovare nella preghiera e nella Parola una passione nuova per questi grandi valori sui quali, anche in occidente, ci giochiamo il futuro.»
Per il Consiglio Nazionale di Pax Christi
Mons. Antonio Bello


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