Livio Berardi: il teatro cura per l’anima.

Luogo catartico e patrimonio accessibile a tutti, il teatro è linguaggio comune che consacra la quotidianità umana e cristallizza le emozioni che pulsano nell’animo di ognuno di noi.

Per il nostro Paese è stato, sin dagli albori, “un vero e proprio “atto di vita” che accomunava, nella realtà appropriatamente creata dal poeta per esaltarne i sentimenti, tutti gli spettatori.”- come ha affermato D’Amico.

“Atto di vita” spiegatoci oggi dalla voce di Livio Berardi, attore ruvese, protagonista della quinta puntata di Ruvo Racconta.

Livio Berardi si è formato presso l’Accademia D’Arte Drammatica Cassiopea.
Nel suo percorso artistico ha assaporato gli insegnamenti dei monumenti del panorama teatrale quali Danio Manfredini, Cesar Brie, Dario Fo, Robert McNeer e Damiano Nirchio.

L’attore ruvese lavora oggi con la compagnia Bottega degli Apocrifi. Collabora con la compagnia Menhir Danza, con la Compagnia Teatri di Vita e con la Compagnia della Fortezza. Dal 2018 è membro della compagnia Kuziba di Ruvo di Puglia.
Dispensa, inoltre, l’arte teatrale ai più piccoli, conducendo laboratori nelle scuole d’infanzia e nelle scuole secondarie.

Instancabile e sagace, Livio consuma la sua passione per il teatro, sprigionando emozioni e sentimenti cangianti e rendendo ogni sua rappresentazione cura per l’animo inquieto e stanco dei suoi spettatori.

Impossibile non sentirsi coinvolti dai suoi penetranti occhi azzurri!

Così si è raccontato.

Il teatro per lei è solo passione o anche lavoro?

 Ci sono due modi per rispondere a queste domande, la prima è poetica e la seconda è più cruda, ma cercherò di rispondere a tutte le domande in maniera equilibrata.

Sin da piccolo più che una passione sentivo un’attrazione verso l’unico ambiente in cui tutto era possibile e dove io, bambino estroverso e rompipalle, trovavo finalmente il giusto spazio. Il TEATRO inteso anche come luogo fisico rappresentava il luogo in cui poter incanalare tutte le energie che solo un bambino di 5-6 anni può avere.

Anche se all’epoca un teatro fisico a Ruvo di Puglia non esisteva, grazie alle persone eccezionali che allora come adesso resistono a Ruvo, ho potuto conoscere un tipo di teatro che poteva vivere ovunque, anche negli scantinati, un po’ come lo facevano i teatranti delle cantine romane degli anni settanta.

Cosa vuol dire per lei fare teatro? Quali sensazioni sente pulsare quando è in scena? 

Un mio maestro diceva che per fare teatro c’è bisogno di tre cose: un luogo, uno spettatore e un attore.

La concezione di teatro per me è in continua mutazione. Sicuramente da adolescente lo vedevo come l’unico modo di mettermi in mostra e di dar sfogo al narcisismo giovanile, poi col tempo ho scoperto il piacere di far star bene lo spettatore e di permettere a una platea di poter staccare la spina per un’oretta. Cosa assai strana di questi tempi.

Che genere di teatro fa?

Il teatro ha dei generi  vari e molto diversi da loro,  nel tempo sono stati divisi per categorie di mercato perché non tutti i generi teatrali hanno lo stesso mercato specialmente in Italia dove solo la lirica e il teatro di prosa hanno un peso specifico a livello economico.

Sono passato dal teatro di prosa per arrivare adesso a un teatro dedicato alle famiglie e alle nuove generazioni; quello che viene chiamato comunemente “teatro ragazzi”. Ultimamente mi sono anche riavvicinato alla prosa, con il nuovo progetto della mia compagnia, Kuziba Teatro.

Ha un artista al quale si ispira?

Nella formazione attoriale si conoscono molti artisti, ma pochissimi sono i maestri che riescono a condividere con te le proprie esperienze e a lasciarti qualcosa.

Sicuramente sono stati importanti maestri come Danio Manfredini o Cesar Brie. Ho avuto inoltre la possibilità, quando studiavo a Milano, di assistere alle lezioni di Dario Fo. Vedere un maestro con così tanti anni di carriera alle spalle è un’esperienza unica; poche parole ma tutte preziose.

Come si costruisce un personaggio?

Non esiste una regola precisa. Ci sono dei processi che per ogni attore possono avere punti di partenza diversi.
A me piace partire dal costume e da un lavoro sul fisico del personaggio, direi un metodo stanislavskiano.

Quali personaggi interpretati le sono rimasti a cuore e perché?

Un po’ tutti i personaggi mi sono rimasti nel cuore, perché ognuno di loro ha un qualcosa di me che nella vita quotidiana non viene fuori, ma sicuramente quelli a cui sono più affezionato sono i primi, che venivano fuori senza una tecnica, ma solo con l’estro. Erano genuini.

Col tempo, specialmente dopo aver fatto un percorso accademico, si tende a essere impostati e si passa un’intera vita a inseguire quello stato più grezzo e primordiale di noi che abbiamo perso, ma che in realtà faceva parte di noi all’inizio di tutto.

Quali sono le difficoltà del suo mondo?

Se prima le difficoltà erano più o meno conosciute, adesso per via della pandemia sono sotto gli occhi di tutti.
Siamo una categoria che per lavorare ha bisogno di spazi e di pubblico. Questo periodo particolare ci ha tolto questi due fattori essenziali e quindi il blocco totale è stata l’ovvia conseguenza.

Si tratta di questioni politiche, di un problema strutturale oltre che economico; non è possibile che nel 2021 il FUS, il “fondo unico per lo spettacolo”, riservi ancora una fetta enorme di risorse per la lirica, e che per lavorare in Italia sia necessario per forza entrare nella graduatoria del Ministero.

Penso alle tante figure professionali che affollano le grandi città, in cambio di una vita precaria, in attesa della singola replica pagata a nero dai piccoli teatri off.

Qual è il tema che le è piaciuto di più affrontare?

Ogni volta che decido di aderire a un progetto è perché il tema mi interessa davvero. Preferisco lavorare meno ma seguire progetti che sento vicini, su temi che ho voglia di approfondire.

Mi piace anche affrontare personaggi storici. Per uno spettacolo in cui ero in scena con “La Bottega degli Aprocrifi” di Manfredonia, abbiamo lavorato sulla figura di Don Milani. Uno spettacolo che ha girato nel nord Italia nel 2017 e che mi ha appassionato particolarmente.

Preferisce il teatro per più piccoli o per un pubblico adulto? Perché?

Il teatro per più piccoli se fatto bene è in grado di arrivare a tutti e permette ai più grandi di tornare bambini, questa è la forza del teatro e del mondo dello spettacolo in generale.

Fino a oggi mi sono divertito molto con il teatro per le famiglie. È bello vedere i genitori che si lasciano rapire da una fiaba, o ricevere un disegno o una lettera a fine spettacolo da parte dei bambini.

Come immagina il teatro tra qualche anno?

Il teatro ha resistito per secoli, ha subito l’influenza del cinema ed è diventato roba per pochi. Credo che evolverà e troverà una sua formazione e collocazione come ha sempre fatto, ma sicuramente dal punto di vista politico c’è bisogno che le cose cambino.

Prima di tutto devono cambiare le condizioni degli Attori, e devono essere “svecchiate” le strutture. Il che non significa buttare giù e ricostruire, altrimenti l’Italia, che ha teatri stupendi che tutto il mondo ci invidia, si omologherebbe ai tanti teatri moderni europei. Dobbiamo essere moderni, salvaguardando i beni culturali di cui l’italia è detentrice.

Pensa che il suo paese offra possibilità di lancio nel mondo dell’arte e del teatro? Cosa vorresti fosse migliorato?

Il potenziale italiano è straordinario, ma come detto prima dobbiamo svecchiarci, snellire la burocrazia e permettere a tutti di poter lavorare. Non è possibile che il pesce grande (inteso come i grandi teatri nazionali) continuino a mangiare il pesce piccolo (le piccole compagnie o i teatri dei circuiti off).

Se avessimo una lente di ingrandimento e andassimo a mettere a fuoco Ruvo di Puglia vedremmo un paese che da sempre ha avuto una tradizione teatrale, professionistica e non.

Negli ultimi anni sono stati fatti passi da gigante, c’è ad esempio la compagnia “La Luna nel letto”, che da più di venti anni crea fermento teatrale in città, in Italia e all’estero, e si prende cura del nostro teatro comunale, bellissimo e al passo con i migliori teatri europei. Ovviamente non è una contraddizione con quanto detto prima, ma dalla struttura del polivalente non si poteva certo tirar fuori un teatro classico all’italiana.

Ma non penso solo al Teatro, penso anche alle eccellenze in ambiti artistici di Ruvo. Ad esempio al festival Talos, tutto creato dai ruvesi.

Ho paura delle vicinissime elezioni amministrative perché si rischia, facendo una scelta sbagliata, di rendere inutili tutti gli sforzi fatti fino ad oggi da un’amministrazione lungimirante, che non si accontenta del risultato immediato, ma che avrebbe la capacità di progettare la Ruvo di Puglia dei prossimi vent’anni.

Cosa direbbe ai ragazzi che vogliono approcciarsi al mondo del teatro ma hanno timore?

Non ho da dispensare molti consigli, perché ognuno si vive a modo proprio la vita, ma sicuramente direi loro di concentrarsi sul desiderio quasi ossessivo di fare della propria passione un lavoro, altrimenti alla prima difficoltà ci si arrenderà. Di gettare il cuore oltre l’ostacolo e di non accettare il compromesso di restare comodi in una situazione, altrimenti ci si addormenta. È un po’ come le storie d’amore: se sono troppo comode, semplici e monotone si finisce per cadere in un’assuefazione che molto spesso porta a una rottura.

Direi loro di coltivare la necessità di condividere e di voler dire qualcosa agli altri.

Il teatro, come il cinema, hanno il potere di metterci un riflettore puntato contro, e abbiamo l’onore ma anche l’onere di poter mandare un messaggio a chi ci sta guardando.

Ha nuovi progetti in porto?

Con la compagnia Kuziba, di cui sono membro da tre anni,  ho debuttato negli scorsi giorni con uno spettacolo sugli Eremiti garganici, dal nome “FIORI DEL DESERTO – fatti e anfratti di eremiti mediterranei”.

Nella primavera del 2022 debutteremo con il nuovo spettacolo per famiglie di cui non posso dire molto, perché ogni cosa ha bisogno del tempo giusto. Sicuramente ne riparleremo!

 Articolo di Ruvesi.it

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