L’editoriale di “Luce e Vita”: “Quella mano gelida sul mio corpo”

Ecco l’editoriale di “Luce e Vita” di questa settimana.

«Ormai adulto, i miei ricordi dell’infanzia si sgretolano.
Ci sono alcuni, però, che restano indelebili. In realtà, quello che mi rimane di più addosso sono le sensazioni. Una mano fredda, gelida, che entra nelle mie (parti intime) di preadolescente».
Il racconto di Mario (nome di circostanza, non diocesano) rende terribilmente vere le parole del messaggio per la II Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, che si celebra il 18 novembre. Il tema annuale nasce dalla meditazione sul Salmo 147, testo di lode e di gioia. “In esso si celebra il Signore che ha creato il mondo e se ne prende cura, mantenendolo in vita e, allo stesso tempo, non abbandonando mai il suo popolo nel caos del dolore, che sconvolge la quotidianità e a volte fa smarrire l’identità”. Alludendo al ritorno del popolo dall’esilio, si mette in evidenza una dinamica esistenziale e spirituale: ogni guarigione è come un ritorno a casa, che permette di recuperare la propria identità perché si ritrova finalmente un ambiente familiare e accogliente.
«Beffato da una persona di cui mi fidavo: un sacerdote. Sì, è accaduto durante una confessione. Dopo questo gesto, il sacerdote mi prese e mi posizionò sopra di lui (…). Poi, per fortuna, entrò un altro sacerdote in sagrestia e lui, con un movimento felino, mi ripose sulla sedia e mi diede immediatamente l’assoluzione. Alla fine mi disse: “Da ora in poi noi siamo grandi amici”».
L’aver istituito questa giornata da parte della Chiesa è indicativo di una accresciuta attenzione sul triste argomento che non deve assolutamente calare nella nostra vita quotidiana, nella vita delle comunità parrocchiali e religiose in genere. Gli abusi sessuali, specie sui minori e se compiuti da gente di Chiesa, scavano ferite che non traspaiono all’esterno, ma che sono incise nell’intimo.
La testimonianza di Mario, dopo tanti anni dalla violenza subita, dice di una sofferenza profonda e incancellabile, ma che pian piano può lasciar spazio a una vita conosolata.
«Io, tornato a casa, lo raccontai ai miei genitori (tuttora cattolici molto praticanti), chiedendo loro alla fine del racconto: “Ma è normale?”. I miei si guardarono in faccia e dissero di aspettare. Non mi hanno mai raccontato dove fossero andati. So solo che al ritorno mia madre mi disse: “Ma che peccato hai raccontato al sacerdote per scatenare in lui quella reazione?”, come se fosse colpa mia. Non ne ho parlato più e non ho mai visto più quel sacerdote. Solo a 30 anni circa chiesi a mia madre che fine avesse fatto quel sacerdote e lei mi raccontò che parlarono con il parroco quel giorno e che il parroco rispose loro: “Sì, lo sappiamo che sta uscendo fuori di testa, lo allontaneremo”. Poi, fu mandato in un paesino sperduto sulle montagne (come se i piccoli di quel paese fossero diversi da noi) e di lì a poco lasciò i paramenti e si sposò.
Non ho avuto il coraggio di raccontare l’accaduto fino ai 40 anni circa e poi ho scoperto almeno un altro paio di amici e amiche che avevano subito la stessa cosa.
Posso dire che i miei genitori hanno pregato molto per me e che in fondo io potrei anche perdonarlo. Non sta a me il giudizio. È vero pure, però, che mi sono rimasti dei segni indelebili. Resta per me molto doloroso anche il solo ricordare. Non vivo la mia sessualità serenamente tutt’oggi e non lascio mai soli i miei figli, specie negli ambienti in cui ci si fida di chi si ha di fronte e si è quindi disarmati».
Non ci sono commenti da fare.
C’è solo rispetto e vicinanza. Anche ammirazione per come Mario sia riuscito a considerare la possibilità del perdono, grazie alle preghiere dei suoi genitori. Così, il tema della giornata del 18 novembre si rende possibile. Apre a un riscatto che, pur non cancellando quei “segni indelebili”, pur non escludendo il dolore, almeno non lo rende definitivo.
“Non si può distogliere lo sguardo davanti alle ferite provocate da ogni forma di abuso – dicono i vescovi nel commento al tema della giornata -. Ecco, allora, che la consolazione diventa prossimità, accompagnamento, custodia, cura, prevenzione e formazione. La consolazione non è solo un atto formale e dovuto, ma è un imperativo per la comunità cristiana: non ci può essere guarigione senza la presa in carico del dolore altrui. Nella fiducia del conforto del Signore in ogni dolore, ciascun membro della comunità è chiamato a sostenere questa nuova coscienza che matura e cresce nelle nostre Chiese”.

«Cerco, però, di impegnarmi nel sociale – conclude Mario – per quello che posso e, se capita, anche negli ambienti ecclesiali, come esempio per chi mi è vicino. Sono convinto che il buono e il brutto siano entrambi presenti ovunque e che, nonostante questo, bisogna comunque prodigarsi per gli altri e non accampare scuse per non impegnarsi».
Dare spazio alla storia di Mario, che ringraziamo, è per il nostro giornale dare voce a chi non ha voce o l’ha soffocata nel dolore. Anche nella nostra Diocesi è stato istituito l’Ufficio per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, diretto da don Cesare Pisani con la referente Gadaleta Maddalena e altri membri, pronti ad accogliere inauspicate storie.

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