L’editoriale di “Luce e Vita”: “Grazie Santità per essere nostra guida “sui suoi passi””

Qualche mese fa, il Settore Giovani nazionale di Azione Cattolica ha proposto alle associazioni diocesane e parrocchiali di avviare un processo di analisi, ascolto e studio intitolato Segni del tempo che avrebbe avuto come tappa fondamentale un incontro nazionale dei responsabili e un’udienza con Papa Francesco. Obiettivo: rileggere la parrocchia a 360º, oltre il perimetro delle nostre sagrestie.
Lo scorso weekend, dal 28 al 30 ottobre, finalmente l’incontro nazionale è arrivato. Circa duemila giovani tra responsabili parrocchiali, membri d’equipe e consiglieri diocesani si sono messi in viaggio per vivere questa entusiasmante esperienza. Tra questi c’eravamo anche noi quindici a rappresentare la nostra associazione diocesana.
Dislocati in cinque location abbiamo vissuto il primo momento: la veglia di preghiera introduttiva che ci ha aiutato ad analizzare il nostro sguardo nei confronti delle persone e delle realtà che ci circondano. Tutto partiva dall’interrogativo: quale sogno ho per la Chiesa? E questo perché il sogno di ciascuno è unico e indispensabile per la crescita dell’intera Comunità cristiana.

La veglia ci ha fatto sentire subito veri protagonisti, valorizzando il senso di appartenenza e il sapore della testimonianza, quella bella che fa vivere la gratuità e la gratitudine.
Sabato mattina, poi, abbiamo vissuto il momento più emozionante: l’incontro con Sua Santità, Papa Francesco, nell’Aula Paolo VI. È stato un incontro “rumoroso”, in cui abbiamo provato a dimostrare al Pontefice tutto il nostro affetto e tutta la nostra stima.
Il Papa, sin dalle prime parole, ci ha esortati a vivere la dimensione della fraternità, che ci consente di sentirci più responsabili e protagonisti. Dobbiamo sperimentare e riscoprire – questo è il nostro compito – «che abbiamo doni diversi e tutti per il bene della comunità; che la vita è vocazione, seguire Gesù; che la fede è un dono da donare, un dono da testimoniare; che il cristiano si interessa alla realtà sociale e dà il proprio contributo; che il nostro motto non è “me ne frego”, ma “mi interessa!”».
Come una carezza sono state le sue parole in cui ci sollecitava a sintonizzare le sue memorie con le nostre visioni ecclesiali; abbiamo apprezzato questo suo tentativo di mettere in dialogo le sue memorie – che spesso negli anziani ci appaiono monolitiche – con i sogni e le visioni, talvolta anche rivoluzionarie, di noi giovani.

Dalla sua voce sono rimbombate la centralità della parrocchia e la debolezza, ormai diffusa, della dimensione comunitaria. Questi ultimi sono aspetti che non devono spaventarci, ma spronarci a ridestare uno stile ecclesiale che non attrae più, un modo di vivere la laicità e la cristianità come mero “incontrificio” che rischia di farci diventare una “Sessione” Cattolica.
Per mantenere mirato l’obiettivo della fraternità ci è richiesto un lavoro su noi stessi che richiede impegno serio, costanza e armonia tra le diversità, e non si limita all’utilizzo di slogan o spot estemporanei. Dietro questo stile fallace si cela, in agguato, un pericolo molto frequente nelle nostre comunità da cui Papa Francesco ci mette in guardia frequentemente: il “chiacchiericcio”; pericolo che possiamo eludere se ci educhiamo a vivere con maturità la parresìa.
Il Papa, inoltre, ha concluso il suo discorso riprendendo un’espressione del presidente, Giuseppe Notarstefano. Ci ha spronato a continuare ad essere “impastati in questo mondo”, lievito nella società, insomma, giovani credenti e responsabili credibili, sui passi di alcuni giovani santi.

Al termine dell’udienza, Francesco è sceso, sfidando il visibile affaticamento, e ha salutato personalmente alcuni giovani per poi percorrere le navate principali della sala. Tra i giovani che hanno avuto l’onore di stringergli la mano e di scambiare qualche parola ho avuto la grazia di esserci anch’io, a rappresentanza di tutti i giovani della nostra diocesi. Il momento dell’incontro è stato incredibile, il suo sguardo era così profondo da darmi l’impressione di sentirmi amato e abbracciato. In quei pochi secondi i suoi occhi trasparenti, dal colore quasi indefinito, si sono illuminati nel momento in cui gli ho porto come dono il sussidio che come Settore Giovani diocesano abbiamo preparato negli scorsi anni per vivere un camposcuola Sui passi di don Tonino. Nonostante l’emozione che sicuramente avrà tradito la fluidità delle mie parole, ho provato a comunicargli – interpretando un po’ il pensiero degli altri giovani – la gratitudine per la sua testimonianza sui passi del nostro amato Vescovo e la gioia di poter sperimentare una simile audacia profetica scaturita dall’amore per Cristo.
Quell’intenso momento ha dato poi il via a tutti i lavori che ci hanno visti protagonisti nel pomeriggio del sabato, in cui abbiamo approfondito dieci luoghi di vita abitati da noi giovani. Li abbiamo riletti nel “già e non ancora” dei processi e dei sogni: lavoro, scuola, università, cultura pop, patrimonio culturale, sport, ambiente, crocevia di popoli, impegno civile e legalità.
Nella giornata conclusiva di domenica abbiamo condiviso i frutti di questa esperienza, stimolati anche dalla figura di Zaccheo, in cui abbiamo rivisto la nostra salutare inquietudine intrecciarsi con lo sguardo di Gesù, a ricordarci che l’uomo per quanto possa scendere in basso è sempre in alto nello sguardo di Dio.

Torniamo a casa con il cuore pieno, grato e consapevole che non basta donare, ma occorre risarcire gli altri con il nostro impegno (nel senso di mettere noi stessi come pegno, garanzia per e con gli altri); che non si può appaltare alla carità quello che spetta alla giustizia, facendoci cioè meriti distribuendo ciò che non è nostro; che possiamo impegnarci ad essere coltivatori diretti delle nuove generazioni nel campo della Chiesa. In prima linea”.

 

Armando Fichera, vice presidente diocesano settore Giovani AC

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