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L’editoriale di “Luce e Vita”: “Crisi e lavoro serve un cambio di priorità”

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L’editoriale di “Luce e Vita” di questa settimana è scritto da Cosimo Altomare, direttore Ufficio Pastorale Sociale.

Non avremmo mai immaginato di ritrovarci per la seconda volta a vivere la festa di San Giuseppe lavoratore – Festa dei Lavoratori nel calendario civile in buona parte dei paesi del mondo, giornata di riflessione sul lavoro che cambia e di lotta per i diritti e la dignità del lavoro – nel pieno della difficile crisi pandemica da Covid-19. Il primo impulso è stato di cercare negli archivi dei giornali del 1° maggio 2020 cosa disse Papa Francesco durante la messa a Santa Marta, in pieno lockdown. Dopo aver invitato alla preghiera per “tutti i lavoratori”, il Papa andò dritto al cuore del problema, affermando senza perifrasi: “Ogni ingiustizia che si fa su una persona che lavora è calpestare la dignità umana, la dignità dell’intera umanità. Anche oggi ci sono tanti schiavi. Ci sono i lavori forzati, ingiusti, malpagati che costringono a vivere con la dignità calpestata. Sono tanti, tanti, e sono anche qui, non sono nel mondo.”

A distanza di un anno, la crisi è ancora più drammatica e il monito di Papa Francesco – “Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi” – è un accorato appello alla responsabilità di tutti, anche della comunità ecclesiale. Non possiamo chiamarci fuori. In seguito alla crisi pandemica, nel nostro paese e nel mondo intero l’economia e il mondo del lavoro non saranno più gli stessi. Sono cambiate le vite di tutti noi, sono cambiate le priorità di tanti uomini e donne. Predominano la paura, lo smarrimento e l’incertezza. Ci siamo scoperti fragili come solo pochi mesi fa non avremmo potuto immaginare. Sperimentiamo il senso del limite e nuove domande si pongono alla nostra fede e alla nostra missione. Eppure, può essere questa l’occasione favorevole per ripensare la nostra vita e riprogettarla su direttici di equità, giustizia, solidarietà.

La crisi economica e del lavoro, conseguente a questa emergenza sanitaria, sta creando tensioni sociali intergenerazionali, fratture profonde tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi (imprenditori, commercianti, professionisti), tra dipendenti pubblici e privati. Alcuni settori del mondo del lavoro sono largamente più penalizzati di altri (pensiamo ai lavoratori della ristorazione, della cultura, dello spettacolo, solo per fare qualche esempio). Condividiamo, attraverso le Caritas, le parrocchie e le associazioni di volontariato, le tragedie in corso, che saranno ancor più gravi con la fine della cassa integrazione, dei ristori e del divieto dei licenziamenti, con la chiusura di negozi e aziende. Viviamo con una certa rabbia le mancate risposte della politica. Le fasce di povertà crescono a dismisura. Si calcola finora un incremento nel paese di ulteriori due milioni di cittadini sotto la soglia di povertà. Nelle nostre comunità misuriamo quotidianamente la domanda crescente di aiuti per la sopravvivenza.

Questa testimonianza di solidarietà è importante, ma non basta. Per dirla con don Tonino, siamo attrezzati per essere come il samaritano dell’ora giusta, quello “del pronto soccorso, dell’assistenza immediata, delle cure ambulatoriali”. Forse riusciamo ad essere come il samaritano dell’ora dopo, quello che si prende cura del povero, lo affida all’oste perché lo curi. Siamo invece ancora lontani dall’essere come il samaritano dell’ora prima, non registrato dal Vangelo, ma che don Tonino ipotizzava così: “Se il samaritano fosse giunto un’ora prima sulla strada, forse l’aggressione non sarebbe stata consumata”. Di qui, parlando ai politici, ma in realtà (come spesso faceva) rivolgendosi a tutti, laici e religiosi, diceva: “È necessario che egli ami prevenendo i bisogni futuri, pronosticando le urgenze di domani, intuendo i venti in arrivo, giocando d’anticipo sulle emergenze collettive”.

Di fronte a questa crisi sociale epocale e di grandi cambiamenti nel mondo del lavoro abbiamo il dovere di far diventare cultura dei nostri gruppi, delle nostre associazioni e delle nostre comunità parrocchiali i temi dell’ecologia integrale, della economia circolare e della sostenibilità perché entrino nella sensibilità popolare e nell’agenda politica a tutti i livelli. Dovremmo accompagnare questi importanti processi di rivoluzione copernicana, a partire dalla base delle nostre comunità, perché da questo humus possano nascere nuove vocazioni all’impegno politico in senso ampio (quindi anche associativo, sindacale). L’enciclica Laudato si’, ben sei anni fa (24 maggio 2015), tracciava un “manifesto”, molto dettagliato nelle conseguenze programmatiche, per un rinnovato impegno pastorale sulla formazione sociale e politico, improntato alla visione dell’ecologia integrale, intesa come approccio complesso alla crisi ecologica perché affronta insieme la crisi economica, sociale e ambientale.

Saremo capaci di modificare i paradigmi del nostro impegno pastorale? La settimana sociale dei cattolici italiani che dal 21 al 24 ottobre 2021 si svolgerà a Taranto, nella nostra Puglia, dentro il tema “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso” si pone esattamente le domande giuste a sei anni dalla Laudato si’ e a poco più di sei mesi dalla Fratelli tutti, che insieme indicano la visione entro cui il nostro servizio dovrà svilupparsi. L’urgenza di avviare una riflessione preparatoria diocesana alla settimana sociale di Taranto può essere la nostra opportunità di accogliere la sfida del cambiamento e non sprecare la crisi che stiamo vivendo.

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