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L’editoriale di “Luce e Vita”: “A proposito della sentenza della Consulta sul suicidio assistito”

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L’editoriale di questa settimana è firmato dal Dr. Mimmo Cives, direttore ufficio pastorale della salute.

In questi giorni si sta combattendo, dicono, una battaglia di civiltà in difesa del diritto a morire e della dignità della persona. Concetti affascinanti, ma antitetici. Morire si deve comunque, tutti. Siamo un lampo tra due eternità, tra il prima e il poi. La dignità, invece, non è altro che l’inviolabilità della persona, il riconoscimento della sua integrità e libertà, la consapevolezza di vivere in una società dei diritti dove nessuno deve essere abbandonato.
La morte, che sia dolce o meno, è quindi inconciliabile con la dignità dell’essere umano. Viviamo nella società dell’effimero, del superfluo, dell’usa e getta, dell’uno vale nulla, della protervia e dell’accanimento contro chi non sta al passo. Non è solo la perdita di valori (ammesso che li si abbia mai avuti!). è il suicidio della ragione.
Mantenere in vita un individuo senza apparente speranza costa troppo e il fallimento di politiche del welfare induce a liberarsi delle storie individuali di chi non ha più storia. Peraltro anche il suicidio assistito ha un costo: 13.000 euro in Svizzera. Ai poveri, quindi, è concessa solo la morte naturale. In assenza di un intervento legislativo la confusione regna sovrana. Mettiamo un po’ di ordine.
L’eutanasia, nella Treccani, viene definita come “l’uccisione di un soggetto consenziente in grado di esprimere la volontà di morire, o nella forma del suicidio assistito (con l’aiuto del medico al quale si rivolge per la prescrizione di farmaci letali per l’autosomministrazione) o nella forma dell’eutanasia volontaria in senso stretto, con la richiesta al medico di essere soppresso nel presente o nel futuro”. Il medico, novello boia, procacciatore di morte e non difensore della vita come ha giurato di essere.
è questo che si vuole. Ma un medico non può e non deve somministrare sostanze per indurre l’arresto cardio-respiratorio e quindi la morte. Un medico è tenuto a lenire le sofferenze fisiche e psicologiche con farmaci appropriati e accompagnando il paziente dalla vita alla morte, senza accanimento terapeutico che va evitato perché contrasta col rispetto della dignità umana.
Nessuno, davanti al tema del fine vita, può rimanere indifferente o, peggio, lavarsi le mani demandando ad altri ogni decisione.
A ciascuno, credente o no, spetta il compito di costrui-re per le future generazioni una società in cui ogni singolo uomo valga più dell’intera umanità. Per i credenti poi vale l’affermazione di san Paolo: “Il corpo è per il Signore e il Signore è per il corpo. Il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in noi e che abbiamo da Dio; perciò non apparteniamo a noi stessi e siamo chiamati a glorificare Dio nel nostro corpo, cioè nella totalità della nostra esistenza su questa terra” (cfr 1 Corinti 6,13.19-20).

 

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