LA PRESIDENTE DI BISCEGLIE: “OGNI IMPRESA FEMMINILE E’ UN PASSO AVANTI VERSO L’UGUAGLIANZA”
Interessante studio proposto dalla Presidente della Camera di Commercio di Bari, Luciana Di Bisceglie, sullo stato attuale delle imprese femminile in Italia:
Le imprese femminili in Italia sono oltre un milione e trecentomila, sostanzialmente stabili (-0,3% nel 2025 rispetto all’anno precedente) ma mediamente con un maggior numero di addetti, un po’ più forti e strutturate.
Gli ultimi dati dell’Osservatorio per l’imprenditorialità femminile di Unioncamere indicano che queste piccole e diffuse imprese, spesso vicine all’autoimpiego, tendono sempre più frequentemente a trasformarsi in realtà più articolate e in grado di competere sul mercato. Diminuiscono infatti le imprese femminili con al massimo 9 addetti (4.500 in meno) e aumentano di numero le imprese di maggiore dimensione, sia pure con percentuali ancora contenute. In valori assoluti, sono oltre 9mila le società di capitali in più guidate da donne, a fronte di oltre 7mila ditte individuali in meno.
Questo non vuol certo dire che il gap sia stato anche solo parzialmente colmato, e certe connotazioni penalizzanti (economicamente e socialmente) permangono in tutto il loro peso: secondo l’ultimo rapporto Censis, il 54,4% delle donne si occupa personalmente delle faccende domestiche, a fronte del 17,6% degli uomini; in termini occupazionali il divario tra uomini e donne, nonostante un incremento generale degli ultimi anni, è fermo intorno al 19%, per non parlare del gender pay gap, che vede le donne avere una retribuzione media del 70% rispetto a quella degli uomini, dato che si traduce anche in minori versamenti contributivi e in pensioni più basse.
Questa disparità, questo scaricare prevalentemente sulle donne la cura familiare, specie mentre si alza l’età media e cresce la percentuale della popolazione anziana, non rappresenta solo un tema di giustizia sociale che va affrontato con urgenza, ma anche un freno alla capacità di sviluppo complessiva del Paese, e questo vale soprattutto nel Mezzogiorno, dove a ritardi storici si sommano questioni sociali irrisolte.
Forse dovremmo riflettere di più sulla necessità e sulla qualità dello sviluppo, in cui è centrale l’imprenditorialità al femminile e più in generale, il ruolo della donna nell’economia del paese, un grande giacimento solo minimamente esplorato. In fondo la questione meridionale è sempre più un sostantivo femminile.