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La diocesi: “Buon compleanno Don Tonino Bello”

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Nel giorno di quello che sarebbe stato il suo 86esimo compleanno, vogliamo ricordare don Tonino con un articolo di don Ignazio Pansini che rilegge nell’Enciclica di papa Francesco Fratelli tutti, una summa dell’episcopato del vescovo Bello.

Il num. 8 dell’Enciclica Fratelli Tutti sembra raccogliere la sintesi del pensiero del Vescovo Tonino Bello. Così si esprime Papa Francesco: Desidero tanto che, in questo tempo che ci è dato di vivere, riconoscendo la dignità di ogni persona umana, possiamo far rinascere tra tutti un’aspirazione mondiale alla fraternità. Tra tutti: «Ecco un bellissimo segreto per sognare e rendere la nostra vita una bella avventura. Nessuno può affrontare la vita in modo isolato […]. C’è bisogno di una comunità che ci sostenga, che ci aiuti e nella quale ci aiutiamo a vicenda a guardare avanti. Com’è importante sognare insieme! […] Da soli si rischia di avere dei miraggi, per cui vedi quello che non c’è; i sogni si costruiscono insieme».  Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!

Nel testo trova immediato spazio la dignità intrasferibile di cui ogni essere umano è rivestito. Essa nasce dal riconoscimento della fondamentale uguaglianza delle persone ognuna delle quali ha un volto e un nome, un identikit unico: ognuno plasmato a mano senza l’uso di alcun cliché, in ciascuno una esclusiva ricchezza non chiusa in se stessa. “Persona: non numero, non sigla, non bit da immagazzinare nei dischi rigidi degli uffici del Comune, degli assistenti sociali. Persone: non maschere, ma volti”.

Ogni persona si comprende grazie ad un’altra che gli corrisponde, la cui presenza è essenziale finanche in vista del riconoscimento e della comprensione di sé stessa.

L’essere umano ha una identità comunitaria, anzi comunionale, e don Tonino ne individua l’origine nell’alveo della Trinità. Vivendo “con” gli altri, avendo avuto vita “grazie” ad altri, l’uomo può realizzarsi se si comprende “in relazione” e “per” gli altri, trovando nella relazione trinitaria lo schema. La Trinità, archetipo più che mistero, non va inteso come un teorema celeste o una costruzione filosofica astratta svincolata dalla vita quotidiana.

Il modulo trinitario va rovesciato sulla terra. Noi lo dobbiamo vivere. (…) E’ il mistero principale della nostra morale! Non della nostra fede soltanto. Perché questo è il principio architettonico supremo del nostro impegno umano: vivere l’uno per l’altro. (…) Rimanendo sempre persone uguali e distinte, non massificate”. E’ la «convivialità delle differenze», ovvero la capacità di rimanere distinti, eppure uguali in dignità, senza essere schedati, senza tentativi di omologazione. L’operaio, l’insegnante, il dirigente d’azienda, la casalinga, lo studente… chiunque è chiamato a cogliere nella relazione trinitaria il paradigma sul quale configurare la propria esistenza.

Da ciò nasce l’esigenza di stare insieme, di lavorare insieme, che non può essere intesa come strategia. Lo stare insieme, malgrado faciliti il cammino, non ha funzione strumentale: “quell’«insieme» non è solo una condizione ineludibile per «camminare», ma esprime un modo sostanziale per «essere». (…) Insieme, quindi, per «essere», e non solo per «camminare»”. Mons. Bello, postosi alla sequela Gesù ed imitando Maria, ha preferito la strada al Palazzo facendone un luogo privilegiato di incontri. Ed ha sperimentato che il cammino risulta lento e pesante quando si è da soli, quando non si cammina in compagnia. Insiste, quindi, sul saper stare «insieme», “splendido avverbio di derivazione trinitariache è condizione ineludibile per poter camminare” sapendosi viandanti. Quel Vescovo è convinto che “ogni volta che si annulla l’avverbio «insieme», si annulla anche il verbo «camminare»”.

Individuato nella Trinità il modello e il motivo stesso della fraternità, dell’avvertirsi parte viva di una stessa famiglia, don Tonino chiede a ognuno impegno e partecipazione, perché ognuno sappia mettere in gioco le individuali e differenti ricchezze possedute; tutti orientati da uno stesso progetto, motivati da un sogno e bisogno che abbraccia e coinvolge ogni singolo: che la terra “diventi il giardino dove si sperimenta la fraternità di tutti i popoli”. Perché il sogno si realizzi occorre che non ci si accontenti delle sicurezze già raggiunte, del già visto, del già sperimentato, sapendosi mettere in gioco.

sogni, non sono il ricordo inconscio di una perdita, ma una promessa di realizzazione. Se i sogni non si avverano è perché ci siamo abituati a camminare con i piedi per terra: “Se non ci fossero i sognatori! Il problema non è che ce ne sono troppi, ma troppo pochi. Non c’è bisogno di gente che cammina tra le nuvole, ma di gente che coltiva l’utopia, culla l’utopia, che fa i sogni diurni, quelli che si realizzano”.

Il sogno non è fuga, ma orienta e dà forza alla speranza. Chi spera cammina. Vive con passione la storia e la orienta costruendo il futuro.

Don Tonino sa che i beni che ricerchiamo, “la giustizia, l’uguaglianza, la libertà… sono beni escatologici, e la loro piena realizzazione si raggiungerà solo nel Regno di Dio. Ciò però non vuol dire che queste realtà dobbiamo attenderle prefabbricate dall’alto. Dobbiamo qui in terra farle maturare con alacre passione e senza cedimenti”.

 

don Ignazio Pansini

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