Cultura

INTERVISTA ALLA RESTAURATRICE MARY DIOLINI: TRA LE SUE MANI LA CROCE CONFRATERNALE DELLA CONFRATERNITA PURIFICAZIONE-ADDOLORATA

Nel silenzio caratteristico dei laboratori di restauro, il tempo sembra fermarsi a cavallo tra passato e presente, infatti è proprio lì che ogni opera racconta una storia che attende di essere riportata alla luce. È qui che lavora la Dottoressa Mary Diolini. Dopo la laurea in Scienze Politiche, ha perseguito la sua passione per il design iscrivendosi al Politecnico di Milano e poi corsi di specializzazione orafa a Firenze; inoltre ha approfondito lo studio per le tecniche di restauro di oggetti antichi e argenti. Negli ultimi anni si è occupata di numeri restauri di reperti sacri: il suo non è solo un lavoro, ma una vera e propria passione e missione volta a custodire e rimettere a nuovo un patrimonio tanto fragile quanto prezioso. Da mesi la dottoressa sta lavorando al restauro della storica Croce confraternale della Confraternita Purificazione-Addolorata di Ruvo; il lavoro di restauro fortemente voluto dal Consiglio di Amministrazione pro tempore della Confraternita punta a ridare alla Croce la storica bellezza. Si tratta della Croce abbracciata Maria Addolorata, visibile anche dalle immagini risalenti a quel tempo, poi sostituita da quella attuale; la stessa era visibilmente rovinata dai segni del tempo, anche perché esposta per anni nella sede della Confraternita stessa. Con queste domande entriamo nel cuore di un mestiere tanto affascinante quanto delicato, lasciando che sia la voce della Dottoressa Diolini a guidarci tra storie dimenticate e rinascite sorprendenti.

Che cosa ha provato la prima volta che si è trovata davanti a questa Croce, segnata dal tempo e dalla devozione?

“Davanti a un oggetto che testimonia il tempo e la devozione, si rimane innanzitutto colpiti dalla maestria artigianale di un’epoca passata, una forma d’arte ormai in via di estinzione. Oltre alla mia competenza, sono anche una persona di fede, e la Croce, oltre al suo notevole valore artistico e alla sua leggibilità, ha guidato il mio pensiero verso coloro che l’hanno pregata, implorato grazie e affidato i propri dolori. Ho provato, prima dell’analisi metodologica, un misto di soggezione e rispetto verso il peso della storia che essa rappresenta, mentre osservavo quei segni della devozione che non sono “danni” comuni, ma impronte di vita”.

Quali sono state le principali sfide nel restituirle integrità alla storica Croce della Confraternita Purificazione-Addolorata senza cancellarne la storia?

“La principale sfida è decidere quanto della “patina del tempo” conservare, eseguendo delicati saggi che richiedono attenzioni meticolose ed infinita pazienza. Bisogna essere sempre prudenti per evitare di cancellare totalmente i segni dell’uso devozionale che rischierebbero di compromettere l’anima dell’oggetto trasformandolo in un pezzo freddo, asettico e pari al nuovo”.

In un restauro come questo, dove si traccia il confine tra conservare e “ridare vita”?

“Il confine tra conservare e “ridare vita” in questo caso è definito dal delicato equilibrio tra la stabilità della struttura lignea e la leggibilità estetica del metallo, in questo caso dell’argento. L’argento è l’elemento che riflette la luce e la preziosità. Su di esso il confine riguarda la pulitura che restituisce la corretta lettura dei volumi e dei chiaroscuri. Non si cerca di ottenere la lucentezza a specchio del nuovo, ma si punta a far riemergere la lavorazione originale (sbalzo, cesello) con puliture non troppo aggressive. Essendo un oggetto destinato al culto, il restauro deve conciliare la tutela storica con la necessità che l’opera continui a comunicare il suo valore simbolico. Ridando vita all’unità potenziale dell’opera, affinché possa ancora essere compresa e utilizzata nella sua funzione originale”.

Ci sono dettagli o scoperte emerse durante il lavoro che l’hanno particolarmente colpita?

“Le scoperte più affascinanti avvengono spesso quando si “apre” l’opera o si rimuovono i depositi secolari, sebbene ogni pezzo sia unico. In questo caso sicuramente la maestria del cesellatore, ma anche il dettaglio di quei volti che sembrano quasi emergere dalla croce ricordando ai fedeli di essere rimasti al fianco di Maria e del suo dolore. Oltre ai punzoni ed iscrizioni che danno modo di identificare l‘artista e la bottega”.

Quanto pesa la responsabilità di intervenire su un oggetto che ha un valore non solo artistico, ma anche profondamente simbolico per la comunità Confraternale e ruvese tutta?

“È un momento di profonda responsabilità etica ed emotiva: non è solo un oggetto sul quale intervenire ma un testimone da ascoltare, si interviene sul legame emotivo che unisce la comunità alla devozione. Si attraversa una fase delicata in cui bisogna bilanciare il rigore scientifico della conservazione con il valore dell’utilizzo, interpretando i segni del tempo e capire quali sono da sanare e quali altri vanno preservati. L’intervento non deve alterare troppo l’aspetto altrimenti la comunità non potrebbe più riconoscerlo e sentirlo estraneo, oltre all’oggetto ci si prende cura anche della sua memoria”.

In che modo il suo lavoro dialoga con la memoria e la fede di chi, negli anni, ha volto il suo sguardo a questa Croce?

“Quando si interviene su un oggetto di fede come questa Croce, il lavoro non può limitarsi alla chimica o alla tecnica, o all’analisi dello stile artistico dell’epoca in cui è stata realizzata ma deve farsi ascolto. Come dico sempre “le opere ci parlano” oltre ad ascoltarle osservando i dettagli, una delle cose che faccio quando mi viene mostrato un oggetto che si vuole recuperare è chiedere ai committenti tutte le notizie storiche, oltre ad eventuali documenti relativi ad esso. Raccolgo tutte le informazioni relative al culto e alla devozione della comunità, costruendo un profilo completo dell’oggetto includendo anche l’aspetto simbolico, l’eventuale sanctitas e funzione liturgica”.

Quando il restauro sarà concluso, che cosa spera che le persone vedano – o sentano – osservandola?

“Spero che torni a suscitare emozioni autentiche, anche perché il dialogo tra i fedeli e la Croce è stato interrotto per molti anni. Il restauro mira a recuperare quella leggibilità che permette alla preghiera di ritrovare il suo punto di riferimento visivo, arricchendo la fede della comunità con una consapevolezza storica più profonda. La comunità di San Domenico mi ha affidato il “suo” simbolo con “ansia”, come quando ci si affida alle cure di un medico: il mio compito è restituirlo rinnovato ma riconoscibile, curando la memoria di come era un tempo. Il mio lavoro non è andare contro il tempo, ma conservare per la continuità: mi auguro che chi la guarderà anche tra cinquant’anni possa provare lo stesso brivido, la stessa fede di chi l’ha guardata due secoli fa”.

Alle mani attente e professionali della Dottoressa Diolini è affidato il delicato compito di ripostare a nuovo un pezzo di storia della Confraternita Purificazione-Addolorata e di Ruvo. Quando le luci del laboratorio di restauro si spegneranno e gli strumenti verranno riposti, resterà qualcosa che va oltre la materia restaurata, che è proprio la consapevolezza di aver restituito voce a ciò che il tempo aveva quasi cancellato. Dalle parole della Dottoressa Mary Diolini emerge tutta la delicatezza di un lavoro fatto di pazienza, professionalità, dedizione, rispetto e ascolto silenzioso: restaurare non significa soltanto aggiustare, ma prendersi cura della memoria, custodirla e consegnarla intatta – o quasi – a chi verrà dopo di noi. Forse proprio questo gesto o meglio questa professione, tanto invisibile quanto essenziale, nascondono la forma più autentica di dialogo tra passato e futuro!

Anna Catalano

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