Cultura

E’ MORTO ANTONIO FENICIA, IL RICORDO DELL’ARCHITETTO MARIO DI PUPPO

E’ scomparso all’età di 93 anni il dott. Antonio Fenicia. Ecco il ritratto dell’architetto Mario Di Puppo.

“Desidero ricordare il dott. Antonio Fenicia con un pensiero che nasce dalla gratitudine e dalla stima per una persona che, nei miei confronti, è sempre stata disponibile, aperta al dialogo e capace di un ascolto sincero. La sua presenza ha rappresentato un punto di riferimento importante, fatto non solo di competenza, ma anche di umanità e attenzione autentica verso gli altri. Il suo modo di essere lascia un segno che va oltre il tempo, custodito nella memoria di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo.
Il suo nome si lega alla storia antica della nostra comunità. La famiglia Fenicia, di origine ravellese, giunse a Ruvo di Puglia nel Seicento, inserendosi progressivamente nel tessuto della città fino a diventarne parte integrante. Nel corso dei secoli, la casata ha attraversato il tempo con discrezione, consolidando la propria presenza anche attraverso proprietà e legami che hanno contribuito alla vita sociale e culturale del territorio.
La sala ricevimenti “Villa Fenicia” ne è ancora oggi testimonianza; non soltanto un luogo di accoglienza, ma anche spazio che ha saputo divenire, nel tempo, sede di incontri culturali e di dialogo, punto di passaggio tra epoche diverse. Tra le sue eleganti stanze si conservano cimeli e opere d’arte di famiglia, presenze silenziose che raccontano storie stratificate, affidate più agli oggetti che alle parole.
E vi era, un tempo, anche la collezione archeologica: frammenti di un passato remoto raccolti con pazienza, custoditi con riguardo, come se in essi si potesse trattenere qualcosa dell’anima più antica di questa terra. Oggi quella collezione non esiste più. Ne resta però una traccia sottile, quasi un’assenza che continua a parlare: memoria di un gesto di cura, di un legame profondo con la storia, di una volontà — rara — di custodire per sé e per gli altri.
In Antonio Fenicia questa eredità non era mai esibita, ma vissuta. La si coglieva nei modi, nella misura, in quella naturale eleganza che appartiene più all’essere che al dichiararsi. Era, a suo modo, custode delle memorie del casato, ma senza rigidità: piuttosto con il desiderio di mantenerle vive, rendendole accessibili, trasformandole in occasioni di incontro.
Per me è stato questo, soprattutto: una persona disponibile, cordiale, sempre pronta al confronto, capace di instaurare un dialogo autentico. Qualità che oggi appaiono tutt’altro che scontate.
Amava profondamente la sua famiglia, e in questo legame trovava evidentemente la sua misura più vera. Portava con sé un senso del dovere silenzioso verso la storia che rappresentava, quasi fosse un filo da non interrompere.
In lui si riconosceva un tratto autentico: quello di un animo nobile, non tanto per appartenenza, quanto per modo di vivere nel mondo contemporaneo.
La sua scomparsa lascia un vuoto che va oltre la dimensione personale: è come se si affievolisse una voce capace di tenere insieme memoria e presente, senza mai forzature.
Lo ricordo con rispetto e riconoscenza.
A Dio, dottore”.

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