Don Luigi Amendolagine in cammino verso Santiago

Don Luigi Amendolagine, giovane sacerdote terlizzese, direttore del Servizio diocesano per la Pastorale giovanile, e prossimo parroco di San Domenico in Ruvo è impegnato nel cammino di Santiago di Compostela. Il racconto quotidiano sulla sua pagina Facebook.

Lo ha intervistato Luigi Sparapano per “Luce e Vita”.

Alla domanda il perchè di questa esperienza ha risposto:

“Quelli che noi oggi chiamiamo cammini sono nati, in realtà, come pellegrinaggi di fede e sono stati così nella storia, in particolare nel medioevo, come cammini verso la tomba di un apostolo, di un santo: il cammino di Santiago verso la tomba di San Giacomo Apostolo; la Francigena verso quella di San Pietro e, proseguendo, verso la Terra Santa e il Santo Sepolcro di Gerusalemme. A questo si ispira anche il nostro Cammino di don Tonino. È quindi un pellegrinaggio, ma oggi ciascuno può viverlo con vari scopi: per un cammino di fede, per mettersi alla prova, per moda, per sport, per scopi naturalistici… mille modi e motivi diversi. Per me la motivazione è spirituale. Un cammino spirituale nel senso che ci sono diversi elementi che il cammino offre per la propria vita spirituale. Provo a dirne alcuni: innanzitutto il silenzio, la possibilità di vivere tanto tempo in silenzio a contatto con il creato, la natura, un’esperienza estremamente contemplativa o, come direbbe don Tonino, contemplattiva, stimolata dall’essere immersi nella natura. C’è anche un accompagnamento spirituale; proprio stasera ho celebrato a Roncisvalle, a conclusione della prima tappa, con il Vescovo e con la rituale benedizione dei pellegrini, la condivisione della preghiera. C’è poi l’esperienza della Provvidenza: cioè ti alzi al mattino e non sai quello che ti capita in termini di meteo, di incontri che fai, piacevoli e spiacevoli perché puoi anche incontrare animali nel bosco; può succedere di tutto e tu ti affidi alla Provvidenza di Dio. Un’altra dimensione tipica dei cammini è quella penitenziale perché comunque è un’esperienza di precarietà, ti mette a dura prova fisicamente. Considera che nel Medioevo, ad esempio, quelli che si mettevano in cammino per lunghi pellegrinaggi facevano testamento perché ovviamente si sapeva quando partivano e non sempre si tornava. Quindi c’è una grande dimensione della provvidenza e della penitenza. Un ulteriore elemento è quello diciamo un po’ più conviviale, della fraternità, perché poi tu ti ritrovi a condividere le esperienze con altre persone. Io ho fatto la scelta dall’anno scorso di vivermelo da solo il cammino, quindi sono partito da solo. E’ una mia scelta anche perché la considero come miei esercizi spirituali, l’ho pensato per me, per la mia vita personale ed è già tanta roba, però ti costringe a doverti relazionare con gli altri. Se parti in gruppo il rischio è quello che tu rimanga sempre con i tuoi, che è sì una dimensione della fraternità ma non a pieno, perché quando invece parti da solo sei veramente molto aperto agli incontri, al fratello che il Signore ti mette accanto. L’anno scorso ho incontrato persone non credenti con le quali ho fatto molti chilometri insieme, nella condivisione della fatica della vita, mettendo in gioco il mio essere sacerdote”.

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