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Come la Murgia ruvese divenne il fulcro economico e logistico delle grandi migrazioni stagionali delle greggi.

Il ruolo di Ruvo di Puglia e del suo territorio rurale nell’epopea della Transumanza è stato monumentale. Per secoli, tra l’autunno e la primavera, la Murgia ruvese si trasformava nel terminale naturale di una gigantesca autostrada verde, accogliendo centinaia di migliaia di ovini che scendevano dalle montagne dell’Abruzzo e del Molise in cerca di pascoli invernali meno rigidi.

In questo perfetto ingranaggio economico, regolato sin dal XV secolo dalla Regia Dogana della Mena delle Pecore di Foggia, Ruvo non era una semplice tappa di passaggio, ma una vera e propria terra d’arrivo e di sosta logistica.

Le “Autostrade dell’Antichità”: I Tratturi e i Tratturelli Ruvesi

La Puglia era attraversata dai Tratturi Regi, giganteschi bracci di terra battuta ed erba larghi ben 60 passi napoletani (circa 111 metri), di proprietà della Corona, che garantivano il transito gratuito e sicuro delle greggi.

Il territorio di Ruvo di Puglia era snodo cruciale di questa rete:

  • Il Tratturo Barletta-Grumo: Lambiva il territorio ruvese e fungeva da vera e propria dorsale per lo spostamento degli animali verso l’interno della Murgia.
  • I Tratturelli di Raccordo: Da Ruvo partivano e si diramavano vie secondarie (i tratturelli) che collegavano i percorsi principali direttamente con il cuore delle campagne e con le singole grandi masserie, permettendo la parcellizzazione e lo smistamento dei singoli armenti (le “morre”) nei pascoli assegnati dalla Dogana.

Le Masserie Ruvesi: Terminal Logistici e Centri di Lavorazione

Se i tratturi erano le strade, le masserie storiche di Ruvo erano le stazioni di servizio, i centri direzionali e i laboratori industriali della Transumanza. Strutture poste in punti strategici della Murgia ruvese rispondevano a bisogni precisi:

  1. I Jazzi e il Riparo delle Greggi

L’elemento architettonico che più di tutti lega la masseria alla Transumanza è lo jazzo. Si tratta di grandi recinti in pietra a secco edificati sul declivio dei colli per favorire il deflusso delle acque e orientati a sud-sud/est per proteggere gli animali dai gelidi venti di tramontana. Strutture come lo Jazzo di Stefano o lo Jazzo della Vuolo nel territorio ruvese sono esempi straordinari: divisi in più scomparti (mungifuri per la mungitura, agghiacci per i diversi tipi di ovini), ospitavano migliaia di capi alla volta.

  1. La Caseificazione e l’Economia della Lana

La masseria non si limitava a ospitare i pastori e gli animali. Nei mesi invernali diventava un opificio a cielo aperto:

  • I Caciotti: All’interno dei locali della masseria si lavorava il latte fresco per produrre pecorino e ricotta, alimenti base per la sussistenza e per il commercio.
  • La Tosatura: In primavera, prima di riprendere la via del ritorno verso l’Abruzzo, le pecore venivano tosate in masseria. La lana di Ruvo era una merce preziosissima, acquistata da mercanti che la esportavano in tutta Europa.
  1. La Funzione di Controllo e Dazio

I proprietari delle grandi masserie ruvesi (spesso esponenti della nobiltà locale o grandi locatari della Dogana) collaboravano strettamente con le autorità regie. In masseria si effettuavano i conteggi dei capi di bestiame per verificare il rispetto della fida (la tassa sul pascolo) e si gestivano i conflitti di confine tra i pastori transumanti e gli agricoltori stanziali della zona.

Un’Eredità Culturale Scolpita nel Paesaggio

Quando nell’Ottocento il sistema della Dogana fu abolito e i tratturi vennero progressivamente coltivati o convertiti in strade moderne, la Transumanza murgiana si avviò al declino.

Tuttavia, il legame profondo tra Ruvo, i pastori abruzzesi e i tratturi ha lasciato un’impronta indelebile. È rimasto nella lingua locale (con termini pastorali condivisi tra Puglia e Abruzzo), nella devozione religiosa e, soprattutto, in quella straordinaria trama di muri a secco, jazzi e tratturi che ancora oggi solca il Parco Nazionale dell’Alta Murgia, testimonianza monumentale di un’epoca in cui l’economia dell’intero Sud Italia camminava a quattro zampe lungo le vie dell’erba.

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