Cataldo Stasi, il carabiniere di Ruvo ucciso dalla Uno Bianca: “Avevano saputo di giri sospetti”
La verità sulla morte di Cataldo Stasi e Umberto Erriu potrebbe avere ancora dei tasselli da ricostruire. È questo il punto di partenza dell’intervista a Massimiliano Mazzanti, autore di un nuovo volume dedicato alla strage di Castel Maggiore del 20 aprile 1988 e al cosiddetto depistaggio Macauda.
Quella sera i due carabinieri vennero uccisi dalla banda della Uno Bianca. Una tragedia che, a distanza di quasi quarant’anni, continua a interrogare i familiari delle vittime e chi cerca di fare luce su quanto accadde realmente.
Secondo Mazzanti, Stasi ed Erriu potrebbero essere stati «mandati a morire» perché avevano visto o saputo qualcosa che non avrebbero dovuto sapere.
Uno degli elementi sui quali si concentra il lavoro di ricostruzione riguarda proprio i giorni precedenti alla strage.
Nell’intervista viene ricordato che Fabio Savi era stato visto nei pressi della Coop di Castel Maggiore. A riferirlo era stato Paolo Steriti, informatore della polizia, che il 21 aprile 1988 avrebbe raccontato di aver notato nei giorni precedenti un uomo collegato a una Alfetta sospetta, aggirarsi nella zona.
Un elemento che, secondo Mazzanti, assume particolare rilevanza perché l’identikit tracciato all’epoca sarebbe compatibile con Fabio Savi.
«Sicuramente», risponde Mazzanti alla domanda se questa possa essere la pista giusta, sottolineando poi un altro elemento considerato significativo: dalla Stazione dei Carabinieri di Castel Maggiore sarebbe scomparso il 30 per cento della documentazione relativa al mese di aprile 1988.
Sono numerosi, secondo l’autore, gli interrogativi ancora da chiarire. Tra questi viene citato il depistaggio Macauda, ma anche la posizione del berretto di Erriu, fotografato sulla scena del delitto, e il fatto che l’auto dei carabinieri venne lavata.
Un altro elemento riguarda il primo testimone intervenuto sul posto dopo l’agguato. Secondo quanto riportato nell’intervista, il verbale contenente quella testimonianza sarebbe successivamente scomparso e soltanto nel 1997, durante il processo, sarebbe emersa la questione.
Il libro di Mazzanti nasce dopo sei anni di lavoro e conta 648 pagine. Un impegno che, spiega l’autore, è stato portato avanti anche su impulso di alcuni familiari delle vittime. «Lo meritano prima di tutto i familiari delle vittime», afferma Mazzanti, definendoli persone «straordinarie» per la fiducia che continuano ad avere nelle istituzioni nonostante tutto.
È proprio la ricerca della verità il filo conduttore della vicenda. Non una battaglia «contro il sistema», ma, nelle parole dell’autore, per «salvarlo».
E in questo percorso il nome di Cataldo Stasi, giovane carabiniere originario di Ruvo di Puglia, continua a rappresentare una delle ferite più profonde lasciate dalla strage di Castel Maggiore.
«Non vogliamo, però, dei riscontri generici, ma dei nomi e dei cognomi di chi in quegli anni ha permesso quegli errori e quegli orrori».
Una richiesta che riguarda direttamente anche la memoria di Cataldo Stasi e Umberto Erriu. Perché, dopo quasi quarant’anni, per le famiglie delle vittime la ricerca non sembra ancora conclusa.