ANNA ZELIGOWSKI RICORDA LA “FUGA DALLA PAURA” DEI PROPRI GENITORI

Quant’è bello quel “C’era una volta…”. È la buonanotte più dolce che un figlio possa desiderare!
Anche per Anna, 7 anni circa, e suo fratello, di poco più piccolo, rimboccate le coperte, quel rituale quotidiano con i racconti di papà Henryk era un appuntamento imperdibile.
Inizia così la toccante chiacchierata con Anna Zeligowski, dottoressa ruvese, figlia dei due autori del libro “Fuga dalla paura”, che, con dovizia di particolari, descrivono le incredibili traversie che hanno dovuto affrontare per scampare alla shoah.
Con le storie del papà – racconta la dottoressa – il mondo improvvisamente si faceva più lento. Tutto diventava interessante, curioso, a tratti pure raccapricciante. Lì, è inevitabile, la paura prendeva il sopravvento e gli occhi stranamente non pesavano dal sonno.
Stringendo il lembo del lenzuolo, come se nel farlo vi trovassero coraggio e conforto, i due fratellini Zeligowski, entravano, ogni sera, quasi che tutti e cinque i sensi ne fossero direttamente coinvolti, nel periodo della seconda guerra mondiale, a rivivere la tragedia vissuta dal popolo ebreo, stroncato, violentato, umiliato dalla furia omicida della mano tedesca.
Tutta la famiglia era stata sterminata. Lui, Henryk, l’unico sopravvissuto a poter raccontare.
Mamma Irena, forse più sensibile ai ricordi, preferiva tacere. Di tanto in tanto, però, come una lumachina curiosa, metteva la testa fuori dal guscio a voler rompere quel silenzio che le rintontiva la testa, ma le parole viaggiavano lente, faticose e istintivamente si faceva protettiva. Si rintanava.
Che senso aveva raccontare?
Faceva troppo male quel passato da “selvaggia”, costretta, per scampare alla morte, a nascondersi in ogni dove, pure sottoterra come una formica.
Nessun affetto le era rimasto e la vita, prima di incontrare Henryk e con lui la serenità, era stata molto dura.
Il desiderio di condividere il proprio vissuto sboccia spontaneamente per Irena diventata nonna.
Dicembre 1997. Giulia, la nipotina di 10 anni, chiede ai nonni, in visita a Ruvo per le vacanze natalizie (vivevano in Israele) di raccontare la loro esperienza davanti ad una platea scolaresca.
È la scintilla.
Henryk e Irena scrivono in polacco le loro separate esperienze di vita da “selvaggi”, fino a quando, finita la guerra, si incontrano, lontani dai loro luoghi d’origine, a Lodz, tra i banchi universitari.
È stata la figlia Anna a tradurre gli scritti in italiano, facendo così nascere “Fuga dalla paura”.
Stupisce il libro. È reale, talmente reale che le pagine sembrano improvvisamente prendere corpo e raccontare da sole la disperazione, la fame, la paura, l’incontenibile brama di vita.
Stupisce, però, anche l’insolita impaginazione.
Il lettore può indifferentemente iniziare a leggere la storia di Irena, oppure, voltando il libro, quella di Henryk, così a sottolineare che si tratta di due vite parallele, accomunate dalla “fuga dalla paura” dal nemico tedesco.
Nel centro del libro, le due storie, le due vite, Henryk e Irena inaspettatamente si incontrano e si uniscono nel matrimonio per non slegarsi mai più.
È la chiara scelta di voler salvaguardare l’unione familiare per sempre.

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