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ALESSANDRA, UNA RUVESE AL NORD E IL SUO LAVORO IN UNA RSA COVID-FREE

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Un lavoro casualmente preso al volo quello di Alessandra Di Modugno, una ruvese trasferitasi a Brisighella, un piccolo borgo delle bellissime appendici dell’Appennino tosco-romagnolo. A 24 anni Alessandra è in cerca di lavoro come OSS ma qui tutti le chiedono l’esperienza che lei ha ma non abbastanza da soddisfare un contratto. Così, casualmente, le arriva la notizia che una RSA in provincia di Ravenna cerca proprio qualcuno che ricopra il ruolo di Operatrice Socio-Sanitaria. Il curriculum è ben accettato e così, Alessandra, due anni fa, saluta la famiglia, gli affetti a lei più cari e, nonostante tutto, parte per realizzare i suoi sogni. «Io amo il mio lavoro», dice. «Nessuno mi ha imposto di fare l’OSS, l’ho scelto io e mi piace». Da un contratto a scadenza annuale, il suo diventa un lavoro a tempo indeterminato. Sono ormai due anni che lavora nella RSA del comune di Brisighella e lì ha avuto modo di consolidare un rapporto molto forte con gli ospiti: «Li considero tutti come miei nonni; ho un carattere che mi porta a legarmi soprattutto con chi è più fragile, sento che hanno bisogno del mio aiuto». La pandemia, poi, non ha fatto altro che aumentare questo legame anche perché, da un momento all’altro, gli ospiti non hanno potuto vedere più le loro famiglie «E noi», aggiunge «siamo diventati, per loro, come una seconda famiglia».

Alessandra oggi, ha voluto concedere a noi il racconto della sua esperienza molto coraggiosa. Ma siamo qui anche perché lei, e il resto degli operatori e delle operatrici, hanno contribuito a rendere la casa di riposo libera, almeno per certi versi, dal Covid. Infatti, già dallo scorso febbraio, all’Istituto Lega Sacra Famiglia di Brisighella sono state completate le vaccinazioni sia per gli ospiti che per il personale. Alessandra, allora, ci racconta come sono andate le cose e come sono riusciti a gestire la pandemia:

Qual è stato il momento più difficile che hai vissuto?

«All’improvviso i pazienti hanno avuto un forte distacco dai loro parenti. Per alcuni di loro è stato un vero e proprio trauma, alcuni hanno pianto; io li ho dovuti consolare e capivo il loro malessere. Io vivo lontano dalla mia famiglia, la vedo quando c’è la possibilità ma con le restrizioni è stato molto difficile e stavo male perché immaginavo quello che poteva essere il loro stato d’animo. Quando c’è stato quel periodo di tregua dal virus, alla casa di riposo abbiamo potuto riaprire le visite ai parenti e io lì ho pianto con gli anziani: immaginavo me che abbracciavo la mia famiglia».

Come avete gestito la pandemia all’Istituto?

«Premetto che nessuno di noi, fortunatamente si è infettato, né noi operatori, né gli ospiti. Tuttavia, ogni volta che un ospite andava in ospedale per visite di routine o altre esigenze, al ritorno andava trattato come se avesse contratto il Covid. In questi casi, l’ospite veniva posto in isolamento per quattordici giorni in stanze appositamente adattate e noi operatori indossavamo tutti i necessari dispositivi di protezione. Per l’ospite non era per niente facile: solo in una stanza, si patisce sempre di più la sofferenza. Per noi invece, dal punto di vista lavorativo non è stato lo stesso facile. È stato estenuante indossare, oltra alla classica divisa, la visiera, mascherina, guanti, cose che messe insieme portano a una situazione mentale e fisica altamente precaria. Tuttavia, ne è valsa la pena adottare queste tecniche lavorative perché siamo stati in grado di proteggere noi e gli ospiti tutti».

Cosa cambia ora che avete completato le vaccinazioni?

«Cambia che noi, se prima indossavamo solo la visiera e il camice, ora potremo usare solo la mascherina e i guanti, almeno che un ospite starà poco bene (per l’ASL oltre i 37.5 di febbre): in quel caso, allora, useremo tutti i dispositivi di protezione e l’isolamento. Inoltre, le visite ai parenti riprenderanno gradualmente: saranno accettate una volta a settimana per un massimo di quindici minuti e distanziamento di due metri in aree appositamente create con sole due sedie, cosicché il parente non tocchi nulla. In più, all’ingresso, il parente sarà sottoposto alla misurazione della temperatura e alla fine dell’incontro, verrà disinfettata la seduta».

Vi sentite più liberi ora?

«Dai dispositivi di protezione si, ma dal pericolo no. Non è detto che potremo non contrarre più il virus, magari si, in maniera più leggera ma comunque continueremo ad avere accortezza e attenzione».

Stando alla tua esperienza, qual è il consiglio che daresti a chi ci sta leggendo?

«Sicuramente igienizzarsi sempre le mani, usare SEMPRE la mascherina e la distanza di sicurezza. Il Covid c’è ancora, il Covid esiste; il Covid ha ucciso e bisogna stare ancora attenti. La zona gialla o arancione non vuol dire libertà così come avere il vaccino non è sinonimo di via libera o di non usare la mascherina.
Dalla mia esperienza, dalle cose brutte che la vita mi ha riservato, darei un messaggio di conforto a tutti dicendo di crederci sempre. È proprio quando abbassiamo la guardia, quando ci demoralizziamo è lì che avviene la propria sconfitta. Crediamo nel bene, perché il bene esiste. Solo così si sconfigge il male, la paura, la depressione. Bisogna incoraggiare se stessi in primis: il conforto altrui fa sempre bene, si, ma occorre capire che tutto parte da noi stessi. Diciamo che è un discorso che va al di là del Covid, ma sempre attuale».

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